Il cancro costituisce ancor oggi la malattia che angoscia di più. In Italia, 2,5 milioni sono gli ammalati di tumore e per il 2012 si prevedono altri 260 mila circa. I tumori “big killer”, riguardanti colon-retto, seno, prostata e stomaco, grazie alle cure sono meglio curabili (sopravvivenza “media” variabile pari al  50-60% o più a 5 anni), con l’eccezione del cancro polmonare. I progressi vanno ascritti a diagnosi precoce, chirurgia, radioterapia e farmaci efficaci. Per questo l’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) ha di recente sollecitato la pronta applicazione del “Decreto Balduzzi”, che sancisce l’immediata disponibilità in tutte le regioni degli antitumorali approvati. Paradossalmente, fino ad ora, dall’autorizzazione europea alla commercializzazione di un farmaco oncologico trascorrono in genere 1-2 anni. Questo ritardo si somma a quello dovuto alle approvazioni regionali, ciò che crea tra l’altro un’inaccettabile diseguaglianza di cura tra le regioni. Anche le associazioni di volontariato in oncologia auspicano che per un nuovo antitumorale basti l’approvazione dell’ente regolatorio  europeo (EMA) e/o di quello italiano (AIFA), senza necessità di ulteriore autorizzazione da parte delle diverse regioni, ciò che ulteriormente ritarda cure ritenute preziose per il malato. I farmaci nuovi devono però ritenersi “innovativi” non perché commercializzati da poco, ma perché più attivi e meno tossici di quelli già esistenti. Gli antitumorali naturalmente costano, costituendo oggi in Italia il 25% della spesa ospedaliera per medicinali, una cifra consistente anche se rappresenta solo il 4% della spesa globale ospedaliera. Una volta appurato che il costo è sostenibile (costasse un miliardo un ciclo di terapia, questa non potrebbe evidentemente essere erogata), per l’AIOM si tratta di agire risparmiando su quella che è stata definita l’inappropriatezza delle “zone grigie”. Zone grigie sono spese inutili provocate da esami e controlli immotivati, da farmaci di non documentata efficacia (costo pari a 350 milioni di euro/anno), da servizi complementari (?) senza attendibilità scientifica (attivati anche, ma non solo, in questa provincia), e da ospedali con bacini d’utenza incompatibili con alti standard professionali. Oltre a ciò è pure auspicabile la realizzazione di reti oncologiche regionali che integrino professionalità e competenze permettendo in tal modo, oltre che un risparmio, una doverosa omogeneità del trattamento oncologico nelle diverse aree. I piccoli ospedali, se giustificati, vanno mantenuti ma collegati in rete per specifiche terapie oncologiche con i centri più attrezzati. Una “centralizzazione delle competenze” sembra ora all’attenzione anche in questa Provincia e auguriamoci che non resti solo un  progetto