Qualche settimane fa, la Dr.ssa Margit Fliri, past-President del Tribunale per Minorenni, ha tenuto un’apprezzata conferenza in tema di violenze sui minori che non significano solo abuso sessuale, benché questo rappresenti una voce importante. Giovedì scorso, Giuseppe Maiolo ha riportato su AA che i siti di pedofilia on line scoperti nel 2011 sono 10 mila in più rispetto al 2010 e che esisterebbero pure siti sul web, non segnalati dai motori di ricerca, stracolmi di “documenti, foto di sevizie e violenze sessuali compiute su minori”. Cifre in crescita, dunque, che angosciano comprensibilmente la collettività, la quale tuttavia molto meno sensibilizzata nei confronti di un altro “reato su minori,” una violenza meno immediata, ma pur sempre un abuso. Mi riferisco agli stili di vita dannosi che vengono di fatto imposti (o concessi) in famiglia ai bambini, con inevitabili conseguenze cliniche a distanza. Già nel 2009 riportavo il caso di Miss Gray, mamma statunitense il cui bambino pesava 225 kg: la signora veniva per questo arrestata con l’accusa di abuso su minore. E pure altri genitori in California venivano incriminati lo stesso anno per la grande obesità dei figli. Analogamente in Europa, e precisamente in Scozia (Dundee), si è ritenuto recentemente di affidare ai servizi sociali 4 bambini in età scolare che pesavano più di un quintale. Una obesità così abnorme è stata considerata specifico “maltrattamento su minore” in quanto espressione di incapacità dei genitori di far dimagrire i figli tramite comportamenti salutistici fatti di alimentazione (sotto accusa, in primis, bibite zuccherate, cibi ipercalorici pubblicizzati generosamente in TV) e adeguata attività fisica. La stampa inglese precisa che la decisione dell’affidamento è stata presa solo dopo il fallimento di alcuni programmi educazionali proposti ma non messi in atto dai genitori. Naturalmente, le divergenze al riguardo non potevano mancare. Da un lato c’è chi ritiene che l’allontanamento di un bambino dal suo ambiente familiare sia un intervento comunque inaccettabile, mentre dall’altro i giudici rimarcano i seri rischi per la salute (diabete, malattie cardiovascolari, alterazioni scheletriche) che il bambino correrà nell’età adulta, proprio quando i genitori non ci saranno più ad aiutarlo. Persino la diagnostica ne risente se si pensa, per esempio, che oltre un certo peso non si può ricorrere, quando fosse necessario, ad una TAC, perché il bambino non riesce ad entrare nel “tunnel”. Un problema concreto, quindi, che – come sottolinea sulla rivista “Janus” Angela Giusti dell’ISS — , non si può risolvere unicamente con programmi sanitari, ma associando “strategie politiche, economiche e ambientali per arginare un fenomeno che è comportamentale solo in parte”.