Tutto quello che dirò in questo articolo è come se l’avesse scritto di sua mano un insegnante e ricercatore scientifico che stimo da anni, il prof. Silvano Fuso. In una nota che uscirà sulla rivista del CICAP  “Query” il professore rileva che ”in Italia la cultura viene ignorata, ciò che alimenta un disinteresse per l’istruzione che genera a sua volta nuova incoltura”, con gravi conseguenze per il Paese. Sensibilizzato dall’amarezza delle sue considerazioni ritengo doveroso amplificare il più possibile le sue riflessioni prima delle elezioni, quando tutti gli schieramenti politici cercano di convincerci di essere preoccupati per il futuro del nostro Paese (per qualcuno, in verità, solo della propria Regione o Provincia). Infatti, nei programmi pre-elettorali strombazzati giornalmente si nota una quasi totale assenza di attenzione nei confronti della qualità della scuola e del grado d’istruzione dei cittadini italioti, come se nel nostro Paese l’istruzione fosse così avanzata da non meritare un’attenzione speciale. Purtroppo non è così. L’ex-Ministro dell’istruzione e accademico della Crusca Tullio De Mauro riporta in un’intervista al “Mulino” come da due inchieste sulla alfabetizzazione degli adulti basate su questionari, il  5% della popolazione lavorativa tra i 14 e i 65 anni non sia nemmeno in grado di leggere le parole presenti nei documenti. Dato “impressionante” -dice De Mauro- “perché non si tratta di vecchietti e vecchiette” indifferenti ormai ad essere cittadinanza attiva, ma di persone pienamente coinvolte allo sviluppo del Paese. Un altro 38% sa leggere le parole, ma non ne intende il significato e un 33% , infine, capisce le parole ma non i concetti che esprimono se questi sono troppo complicati. Troppe persone, insomma, non sono in grado di leggere e capire un libro o un quotidiano (e quanti non lo comprano nemmeno o sbirciano appena i titoloni dei giornali messi a disposizione dal bar !) o un avviso pubblico, un bando, un appello, un editoriale. Eppure queste persone andranno a votare e, poco informate come sono, si lasceranno trainare non da ciò che hanno letto e approfondito, ma dalle dichiarazioni di qualche suadente politico in TV o da inamovibili preconcetti o da influenze familiari, peggio ancora se commisti a convenienze personali. Sempre dai suddetti questionari risulta in definitiva che “solo il 20% della popolazione attiva italiana ha un bagaglio culturale sufficiente per orientarsi, capire e concorrere al progredire della società contemporanea”. Circa questo “analfabetismo di fatto” di soggetti che pure sanno leggere e scrivere, De Mauro segnala che bisogna arrivare allo Stato del Nuevo Leon, in Messico ”per trovare un Paese più mal messo di noi”. Naturalmente, l’istruzione richiede fondi adeguati che invece scarseggiano, eppure si trovano per altre iniziative al momento politicamente più redditizie, in accordo con l’idea di molti politici miopi i quali ironizzano che con la “cultura non si mangia” (o ritengono che le persone meno istruite sono e meglio si lasciano abbindolare?). La soluzione responsabile d’altronde non può che venire dall’alto e infatti Concetto Marchesi più volte dichiarava a tal proposito che “fintanto che si hanno i problemi del pane non si possono coltivare i problemi dello spirito”. Per questo i veri statisti (ci sono, in giro?), diversamente dai Laqualunque, non possono permettersi di pensare solo “tatticamente” al pane, ignorando “strategicamente” il ruolo dell’istruzione, e devono invece convincersi  (e spiegare!) che il futuro del Paese, in particolare dei giovani, dipende in gran parte dal  grado d’istruzione della popolazione. Il professor Fuso cita pure opportunamente il “Rapporto sulla sicurezza in Italia e in Europa”, coordinata dal sociologo Ilvo Diamanti, dal quale emerge  che solo il 2% degli italiani ritiene l’istruzione un momento cruciale di crescita e sviluppo contro il 30 % dei Tedeschi. Questa diversa valutazione la dice lunga circa il livello di consapevolezza del valore della cultura vigente nei più avanzati Paesi d’Europa. E’ infine dimostrato da un recente Rapporto OCSE, basato su 60 parametri registrati in 40 Paesi, che le istituzioni scolastiche a qualsiasi livello funzionano dove la reputazione e lo status sociale degli insegnanti è più elevato. Chissà se chi ci governerà darà un occhiata a queste emblematiche segnalazioni o continuerà a occuparsi freneticamente solo di chi è “impresentabile” o meno, impresa che dati i non pochi clamorosi scandali recenti potrebbe risultare lunga e difficile.