Tutti gli oncologi auspicano un’informazione corretta sul cancro. I pazienti tumorali informati collaborano di più con il curante, comprendono meglio l’effetto delle cure (chirurgia, radio/chemioterapia) e l’entità degli effetti collaterali. La TV sarebbe molto utile, ma le rare trasmissioni serie al riguardo vengono diluite da notizie che mirano più allo scoop che all’approfondimento. Pure il cinema, proprio perché capace di coinvolgere efficacemente, potrebbe essere un mezzo di sensibilizzazione e informazione. Ampia eco ha avuto pertanto sulla stampa nazionale la ricerca di due oncologi italiani, G. Crosti e L. De Fiore, che hanno analizzato ben 82  film dal 1939 al 2102, nei quali affetti da “tumore cinematografico” risultavano essere 40 attrici e 35 attori. Le conclusioni sono state presentate mesi fa a Vienna, alla Società Europea di Medicina Oncologica. Partendo dal primo film (“Dark Victory”), dove Bette Davis muore per un cancro al cervello, l’analisi prosegue con altre pellicole più recenti in cui gli attori affetti da cancro sono sempre condannati a morire, e tra queste “Love story”, “Anonimo Veneziano” e “Gran Torino”. Gli oncologi scrivono di aver rilevato una notevole differenza tra realtà e cinema in quanto solitamente nei film i malati sono più giovani (40-45 anni al massimo) rispetto all’età media riscontrata per quel tumore nella pratica clinica, “appartengono spesso alle classi sociali elevate, hanno tumori poco frequenti o rari ed alla fine muoiono”. La sede del cancro non è sempre svelata nei film o si accenna appena a sintomi che possono farla sospettare (come in “Gran Torino” dove il tossire ripetuto di Clint Eastwood fa ipotizzare un cancro del polmone). Secondo Crosti e De Fiore, la diversità  più saliente tra realtà e cinema è però che nei film si muore per cancro più che nella vita reale, mentre invece ci si sofferma di meno sul dolore. Insomma, al cinema si racconta più la morte della sofferenza, raramente si allude ai progressi terapeutici e alla prolungata sopravvivenza e mai, comunque, la storia finisce con la guarigione (che in realtà non è impossibile). Poco spazio cinematografico è stranamente dato al cancro del seno che invece nel sesso femminile è quello più frequente, con alcune recenti eccezioni: una di queste è il film “La prima cosa bella”, dove Stefania Sandrelli è ripresa realisticamente in un hospice oncologico. In definitiva, per i due oncologi, il cinema dà un’immagine un po’ distorta e non fedele a quanto succede nella vita reale, più interessato a strappare commozione e lacrime e meno a sollecitare atteggiamenti positivi nei confronti del cancro. Curioso che per l’infarto avvenga l’opposto, e cioè che nei film l’attore malato si salva più spesso e muore più di rado che non nella vita reale.