Una o più vitamine hanno ovviamente un ruolo decisivo nei pazienti che ne siano carenti, evento piuttosto infrequente nei Paesi occidentali o nelle persone che si alimentano normalmente e in modo vario. Esempi ben noti sono l‘efficacia della Vitamina C nello scorbuto, della D nel rachitismo, della K nell’insufficienza epatica, della B12 nell’anemia perniciosa. Qualcuno ritiene tuttavia che i polivitaminici possano essere utili  pure per prevenire patologie cardiovascolari anche in soggetti non carenti. Di fatto, alcuni studi osservazionali condotti ad hoc hanno prodotto risultati  contradditori. Per verificare se il rischio cardiovascolare diminuisce effettivamente nei soggetti trattati a lungo termine con cocktail vitaminici è stato condotto uno studio prospettico in medici di sesso maschile, pubblicato nel 2012 sulla rivista JAMA. Dal 1997 al 2011 sono stati controllati 14.641 medici, di età media 64 anni (e mai meno di 50) assumenti in modo continuativo vitamine in quantità superiore a quella presente in una dieta normale oppure semplice placebo. Parametri di valutazione erano la comparsa di un infarto miocardico o di un ictus, e il numero totale degli eventuali decessi conseguenti a tali accidenti cardiovascolari. I casi rilevati di infarto e di ictus sono stati in totale 1732, ma  non è emersa alcuna differenza, né clinica né statistica, tra i medici trattati con vitamine e quelli trattati con placebo (rispettivamente 11 vs 10,8 eventi, confronto espresso dagli esperti per 1000 anni/persona). Anche la mortalità complessiva conseguente alla suddetta patologia cardiovascolare è risultata sovrapponibile tra i due gruppi (5 vs 5,1 sempre per 1000 anni/persona). Le conclusioni risultano le stesse a prescindere dal fatto che i partecipanti allo studio avessero avuto o meno una patologia cardiovascolare al momento dell’arruolamento allo studio. Dunque l’assunzione giornaliera di polivitaminici per più di 11 anni di trattamento e relativo follow-up sembra inefficace almeno all’interno di una popolazione costituita da medici, benché tali conclusioni non possano automaticamente estendersi a non medici, al sesso femminile e ai soggetti con meno di 50 anni. Lo studio farebbe per altro ipotizzare un beneficio (modesto sotto il profilo statistico), sulla mortalità complessiva per tumore e consentirà forse di dire qualcosa sull’eventuale ruolo preventivo dei polivitaminici su altre patologie, quelle ad es. che colpiscono l’occhio e alterano la funzione cognitiva dell’anziano. Chi ritiene comunque di ipervitaminizzarsi, convinti che queste “amine della vita” almeno non dovrebbero far male, è bene sappia che il sovradosaggio, specie delle vitamine liposolubili A,D,E,K, non è in realtà scevro di effetti collaterali talora anche non trascurabili.