Ho già trattato in precedenza della colite pseudomembranosa da “Clostridium difficile” (CD), conseguente a una precedente antibioticoterapia (in primis, con ampicillina, cefalosporine o clindamicina) e, talora, persino all’assunzione di antibiotici usati proprio per curarla (metronidazolo e vancomicina). Infatti, anche dopo questi ultimi farmaci si può avere una recidiva a causa di spore di CD non eliminate, specie se concomita una mancata produzione di anticorpi contro la più aggressiva delle tossine del CD, la tossina “A”. Per diminuire la frequenza di recidive sono in atto tentativi, ancora sub judice, sia con agenti finalizzati a migliorare la reazione immunitaria (immunoglobuline, anticorpi monoclonali, vaccini), sia con antibiotici innovativi capaci di colpire molto il CD e poco la flora batterica “buona” del colon. Grande interesse nell’ambiente medico sta pertanto destando un recente studio multicentrico che ha vagliato la possibilità di trattare forme molto recidivanti di colite da CD con infusione di feci di donatori sani, una terapia che qualcuno non mancherà di etichettare come “coprofagia terapeutica” e che potrebbe creare nei pazienti più delicati (se disinformati) un comprensibile senso di ribrezzo. Tuttavia, lo studio è ineccepibile. I donatori, tutti volontari con meno di 60 anni, venivano considerati “normali”, e soprattutto non contagiosi, in base a una serie accuratissima di esami del sangue e delle feci. Il giorno deciso per la cura si creava un pool delle feci donate, che erano poi omogeneizzate e diluite in 500 ml di soluzione fisiologica. 50 ml di questa soluzione venivano quindi infusi in pochi minuti, mediante un sondino inserito attraverso il naso fino al duodeno e rimosso dopo ½ ora. I pazienti studiati, tutti affetti da colite pseudomembranosa recidivante con diarrea e presenza di tossina clostridica nelle feci, ricevevano “a caso”, ovviamente previo consenso, uno o l’altro dei tre seguenti trattamenti: A, vancomicina per 4 giorni, poi lavaggio intestinale con 4 l di PEG (lassativo peculiare) e a seguire infusione di feci; B, solo l’antibiotico vancomicina; C, vancomicina più lavaggio con 4 litri di PEG. Parametri di giudizio erano la scomparsa della diarrea e l’assenza di recidiva nei successivi 2 mesi e mezzo. La percentuale di successo terapeutico nei tre gruppi risultava essere rispettivamente 81%, 31% e 23%, a riprova della significativa superiorità dell’infusione di feci diluite che mostrava inoltre di riequilibrare la flora batterica intestinale dei pazienti così trattati. Se altri confermeranno questi dati, allo schizzinoso che pensasse di rifiutare la cura “disgustosa” sarà bene ricordare che alcuni casi di colite da CD refrattari alla terapia convenzionale possono anche avere un decorso fulminante.