Un quesito spesso posto dai pazienti con calcoli nella colecisti è perché essi non si possano eliminare senza un intervento chirurgico (tradizionale o laparoscopico). Ribadendo che vanno operati solo i pazienti con coliche frequenti e/o eventi complicativi (pancreatite acuta, colecistite acuta, itterizia), va ricordato che in passato si sono già tentate terapie non chirurgiche le quali, a parte specifiche limitazioni e rischi, hanno in comune un limite fondamentale: dopo la scomparsa dei calcoli, questi inevitabilmente si riformano perché invariati sono rimasti i fattori che rendono la bile più “litogena”, cioè più atta a formarli. Per i calcoli di colesterolo si è dapprima tentata la dissoluzione con liposolventi iniettati “direttamente” nella colecisti per via transcutanea. Questa metodica è stata presto abbandonata in quanto invasiva e rischiosa (edema della colecisti, fuoriuscita del solvente nell’intestino e suo riassorbimento con effetti collaterali) e penalizzata dal 70% di recidiva di calcoli nei 4 anni successivi. Si è poi tenta la dissoluzione chimica dei calcoli con sali biliari assunti oralmente, in primis con l’acido urso-desossicolico (URSO). Questa dissoluzione chimica appariva già a priori limitata dalla necessità di un’attenta selezione dei soggetti da trattare: pazienti con non più di 3 calcoli di colesterolo di diametro inferiore a 1 cm e con colecisti ben contrattile e perciò capace di svuotare il proprio contenuto. A parte qualche successo individuale eclatante, pure in pazienti così selezionati si otteneva in media una dissoluzione completa soltanto nel 37-50% e, comunque, si registrava un riformarsi dei calcoli entro pochi mesi. Specie per i calcoli di natura mista (colesterolo + bilirubina) si è infine ricorsi alla loro frantumazione (“litotrissia”) mediante onde d’urto erogate di norma in sedute multiple, associata o meno alla dissoluzione chimica. Queste onde ad alta energia, generate da apparecchi di vario tipo (piezoelettrici o elettromagnetici), sono risultate effettivamente capaci di frantumare i calcoli. Purtroppo ciò avviene però solo nel 20-30% dei pazienti anche se scelti tra quelli dotati di prerequisiti “ideali” (colecisti capace di svuotarsi, calcolo solitario radiotrasparente inferiore ai 10-30 mm o calcoli anche multipli, ma con diametro complessivo di 3 cm). In conclusione, mentre gli urologi usano ancora con profitto la litotrissia per i calcoli renali, i gastroenterologi hanno di massima abbandonato ogni tecnica non chirurgica per quelli della colecisti. Fa eccezione la litofrantumazione dei calcoli biliari incuneati nel coledoco (o nel dotto pancreatico), per i quali il bombardamento con onde d’urto può risultare molto vantaggioso e ridurre il rischio di soluzioni più invasive altrimenti necessarie.