Che l’altra metà del cielo meriti rispetto, stima e amore mi sembra così scontato che non andrebbe neanche sottolineato.  Non tutte le donne (come per  gli uomini), meritano ovviamente grandi sentimenti. La realtà e fatta da letterine, vallette, esperte di lap dance escort ma pure da donne con meriti straordinari acquisiti nelle battaglie civili, sociali e nella scienza. In mezzo ci sta la moltitudine di casalinghe meno famose ma altrettanto straordinarie che sostengono il peso familiare con grande dignità e spirito di sacrificio,  e pure quelle che riescono ad affermarsi nelle professioni, ma con molta più fatica degli uomini.  In occasione dell’8 marzo, invece che festeggiare idealmente tutte le donne con un grande mazzo di mimose, ho preferito ricordare in loro onore una figura femminile di grande coraggio e nobiltà d’animo. Non ho scelto tra le più note eroine del passato da me ammirate fin dal liceo, quali Florence Nightingale, Rosa Parker, Emmeline Pankhorst, Rosa Luxenburg, Marie Curie, e neanche tra nomi recentissimi come Rita levi Montalcini, ma queste mimose speciali le voglio offrire a Irena Sendler, un nome del tutto sconosciuto ai più fino al 1999. A spingermi a farlo è stato un documento che pure  molti lettori avranno forse ricevuto di recente via mail, in cui la storia di Irena viene sintetizzata in poche immagini molto significative. Irena è una polacca cattolica ma molto sensibile alla ghettizzazione, alle sofferenze e alla eliminazione degli ebrei. Entrata nella resistenza a Varsavia con il nome di battaglia di Jolanta, nella sua veste di assistente sociale/infermiera ed esperta in tubature, Irena ottiene il permesso di accedere al Ghetto per tenere sotto controllo la possibile diffusione del tifo, di cui i nazisti paventavano il rischio epidemia. Con questa copertura Irena riesce a  portare fuori dal ghetto salvandoli da morte sicura 2500 bambini. I neonati e i più piccolini sono nascosti in una cassa contenente strumenti di lavoro, mentre quelli più grandicelli vengono nascosti in sacchi di iuta e collocati nel retro del furgone. Per evitare che eventuali voci o lamenti dei bambini rivelino la loro presenza ai nazisti, Irena piazza tra i sacchi un cane addestrato ad abbaiare furiosamente all’avvicinarsi di qualcuno. Una volta usciti dal ghetto i bambini vengono forniti di documenti falsi e assegnati a famiglie cristiane, a conventi o a singole parrocchie. Sognando la fine dell’incubo, Irena annota però i nomi veri dei bambini nascondendone l’elenco in bottiglie e vasetti sotterrati in giardino, sperando di poter in futuro riconsegnare i piccoli ai genitori veri. I nomi vengono ritrovati alla fine della guerra, ma molti dei genitori non ci sono più, sono andati a contribuire ai 6 milioni di ebrei morti nelle camere a gas. L’opera coraggiosa e caritatevole di Irena non dura a lungo. Viene scoperta dalla Gestapo, viene torturata, braccia e gambe le vengono spezzate, condannandola a una invalidità per tutto il resto della  sua vita. Nel 1965 la sua opera benemerita è riconosciuta e viene considerata uno dei “Giusti” dal governo di Gerusalemme. Solo nel 1999, tuttavia, grazie ad un sito di studenti americani del Kansas, le imprese di Irena si diffondono e acquistano riconoscimenti più ampi, tra questi anche un messaggio personale di Giovanni Paolo II. Nel 2007, a 97 anni, Irena muore, nello stesso anno in cui è proclamata  “eroe nazione polacco”. La Polonia  e Israele  propongono questa grande donna per il conferimento del Premio Nobel per la Pace. L’8 marzo sentivo il dovere non solo di ricordare questo commovente personaggio femminile, ma anche di esprimere il mio sconcerto che  credo condiviso, per il fatto che il Nobel per la Pace è stato assegnato non a Irena ma ad Al Gore. E mi domando perché, come si chiedeva in altro contesto, Vito Mancuso.