E’ comune credenza che il sodio contenuto nel sale da cucina (cloruro sodico, NaCl) aumenti la pressione e faccia male al cuore. Tuttavia, l’equazione “più sale = maggiore rischio cardiovascolare” non è un dogma e richiede dei distinguo ben analizzati di recente (2013) in un  articolo dal titolo molto esplicito: “Salt in health and disease – A delicate balance”, ossia il sale in salute e in malattia – un bilancio non semplice. L’articolo sottolinea intanto pregiudizialmente che l’NaCl prima di essere visto come rischio va considerato una molecola essenziale per la vita, nozione ben nota sin dall’antichità. Platone lo considerava addirittura un afrodisiaco e un cibo per gli dei. L’eventuale carenza di sodio spinge istintivamente sia uomo che animali a consumare cibi/bevande ricche di sale ma nell’uomo, purtroppo, è difficile distinguere tra “voglia naturale” (spia di necessità) e “piacere gustativo” acquisito. Quest’ultimo, a sua volta, è influenzato dalla minore appetibilità del cibo insipido, dalla cultura, dalle abitudini etniche e pure dall’ampia disponibilità di NaCl. La letteratura circa i rapporti tra sale e ipertensione è ampia, fatta di studi retrospettivi osservazionali, di sperimentazioni prospettiche e, infine, di varie meta-analisi (valutazioni complessive quali-quantitative di tutti gli studi pubblicati). Le conclusioni della maggioranza (ma non della totalità!) di tali studi, giustificano la raccomandazione di ridurre l’introito di sale che per l’OMS non dovrebbe superare i 5 g al giorno. Tale riduzione si associa “in generale” a calo della pressione e forse anche della mortalità per cause cardiovascolari. Inoltre, il ridotto introito di NaCl aumenterebbe pure la sensibilità ai farmaci ipotensivi dei pazienti ipertesi in precedenza refrattari alla terapia. Queste conclusioni paiono ragionevoli, ma non mancano nell’articolo riflessioni ben motivate. Si ricorda ad es. che l’associazione sale/pressione alta non significa di per sé correlazione causale. In secondo luogo, la sensibilità al NaCl può variare considerevolmente da individuo a individuo e a seconda che il soggetto sia sano o già cardiopatico. Ne consegue che fissare un limite di NaCl da non superare che sia uguale per tutti è problematico e discutibile. Inoltre, si deve sapere che un troppo basso introito salino persistente può comportare effetti collaterali, quali un aumentato livello ematico di lipidi, catecolamine, renina e aldosterone (ormoni, questi ultimi, che aumentano la pressione). Infine, una dieta iposodica eccessiva in soggetti cardiopatici in terapia diuretica o con diabete di 1°o di 2° tipo comporta un incremento del rischio cardiovascolare. Insomma moderazione ma, rubando l’espressione a  Plinio il Vecchio, è proprio il caso di aggiungere “cum grano salis”.