La serie di brutalità e di violenza che le donne subiscono nel mondo, e l’Italia non scherza, è davvero scandaloso e inaccettabile. Ancor più raccapricciante è il fatto che la gran parte delle aggressioni, dei maltrattamenti e dei femminicidi avviene ad opera degli ex-partner e, peggio ancora, dei partner senza “ex”. L’attenzione e il clamore relativo a tali fatti criminosi non manca da parte dei media, ma l’interesse sui particolari, specie se scabrosi, prevale spesso sull’ effettiva indignazione e sulla voglia collettiva e individuale di fare qualcosa per impedire l’obbrobrio. Soluzioni facili, come per ogni problema, non ci sono: la donna non viene difesa in concreto dalle minacce esplicite ricevute (denunciate tra l’altro solo da una minoranza), le forze dell’ordine sono di fatto disarmate e possono intervenire soltanto “dopo” che la violenza o l’omicidio sono stai commessi. Le riviste di medicina nostrane (e i medici in genere) di questo problema se ne occupano poco, ma non avviene così negli Stati Unti. L’autorevole New England Journal of Medicine (NEJM) interviene infatti a proposito con un articolo in evidenza dal titolo “Intimate-partner violence – What Physician can do”, chiedendosi lodevolmente se e in quale modo il medico non possa anch’egli collaborare per combattere efficacemente questa infamia. In Usa, il 36% delle donne nel corso della loro vita sono state rapite o aggredite o risultano oggetto di stalking o di violenza. NEJM in ottica sociosanitaria riporta pure qual è per il Servizio sanitario USA il costo dei soprusi sulle donne  proprio da parte dei loro partner. Nel 2012 il costo complessivo  è valutabile intorno ai 10 miliardi di dollari, cui vanno aggiunti altri 5 miliardi di dollari per le cure delle donne sopravissute alla violenza, una spesa quasi doppia rispetto a quella erogata dal servizio nazionale per le donne non abusate. Le conseguenze fisiche della violenza comprendono lesioni gastrointestinali, dolore cronico, disordini psichici (depressione, panico) e neurologici (episodi sincopali, epilessia), aumento della pressione arteriosa e in molti casi, ovviamente, lesioni ginecologiche. Ma- si chiede NEJM-  come possono intervenire i medici? Intanto bisogna creare, e in USA l’hanno già realizzata, una unità di emergenza specificamente predisposta per questi reati (US Preventing Services Task Force). Questo ente si occupa di attuare una serie di  8 provvedimenti ritenuti essenziali a tutela delle donne. E’ ad esempio previsto che il medico di famiglia ponga domande specifiche alle sue pazienti a partire dai 12 anni di età, una specie di peculiare screening preventivo. Lo stesso dovrebbero fare, periodicamente e non solo una volta, i pediatri e i ginecologi. Si è persino definita la domanda standard che il medico dovrebbe esplicitamente porre alla paziente anche se essa non si lamenta spontaneamente di angherie: “Hai paura del tuo partner o di qualsiasi altro in famiglia?” Sono poi  definiti gli approfondimenti da fare per la donna che ha già subito abusi e si considera doveroso che il medico, anziché ignorarli o sdrammatizzarli, esprima preoccupazione per i rischi della paziente. Il dottore ha anche il compito di informare la paziente che essa può avere un assistenza legale gratuita, deve fornirle dei numeri di telefono di associazioni amiche e, infine, deve chiarire se in casa c’è necessità di tutelare specificamente dei bambini. Ovviamente per la Task force l’aspetto psicologico va considerato attentamente dal medico, che però deve agire con prudenza -scrive l’editoriale- perché i sedativi possono ridurre la capacità reattiva della paziente e quindi la voglia e la propensione a difendersi. Insomma, la violenza sulle donne non deve essere solo cronaca, ma va considerata un “substantial public health problem” e i dati già raccolti negli stati Uniti per affrontare la penosa questione con il concorso attivo dei medici responsabilizzati ad hoc dimostrano che il loro contributo è efficace in questa battaglia civile. Due riflessioni dello scriba (come direbbe Gianni Clerici ) per concludere. La prima è una domanda: ma quanto in ritardo per organizzazione ed impegno etico siamo noi italioti (medici e non medici) su questa nefandezza? La seconda è un opinione: dati i tempi biblici di qualsiasi riforma (improbabile specie in Italia), io penso che violenza e femminicidio possano attenuarsi solo se le sanzioni per questi abusi vengono rese tempestive e di gran lunga più severe di quelle previste e se le pene comminate vengono poi fatte valere fino all’ultimo giorno. E’ vergognoso che delle vittime di tentato omicidio  o i familiari delle donne uccise si trovino  nuovamente davanti con sorriso beffardo o ancora minaccioso il carnefice. Per la magistrata Margit Fliri, da me consultata per un commento da esperta a questo articolo, gli strumenti per contrastare la violenza sulle donne ci sono e pure le pene sarebbero adeguate (su questo il sottoscritto dissente) ma anche secondo Lei, è la certezza della pena ciò che effettivamente manca. Per la magistrata è proprio qui che  bisognerebbe intervenire a livello legislativo. Concordo con lei, confessando, però, un pessimismo che fatico ad eliminare.