Se sorvoli sul sesso ti giudicano un bigotto inibito, se ne parli senza peli sulla lingua ti considerano uno sporcaccione. Questo dilemma concorre a spiegare il perché nel descrivere alcune espressioni della sessualità si inventino spesso giri di parole, o si usino termini sconosciuti ai comuni mortali o si opti per soluzioni fumose. Del tutto recentemente la stampa nazionale (ma la TV pudica -sic!- non mi sembra che ne abbia parlato) ha sollevato una “curiosità morbosa” a proposito del cancro orofaringeo dell’attore Michael Douglas, scontrandosi proprio con il succitato problema lessicale. In una recente intervista al Guardian l’attore, marito di Zeta Jones, sosteneva che il cancro alla gola (di cui soffre lui stesso) è causato dal Papilloma virus umano (HPV) trasmesso dalla donna all’uomo che con lei ha praticato sesso orale. L’espressione è in sé ambigua in quanto “orale” non ci dice di chi è la bocca peccaminosa (?), se dell’uomo o della donna. Per Clinton s’era escogitatala la formula del “sesso inappropriato”. D’altronde, spiegarlo senza fruire dei termini gergali è problematico, e si ricorrere allora a parole latine ignote ai più, quali “cunnilingtus” o “fellatio”. Con questo pudore ostentato contrasta la liberalizzazione di fatto dei costumi sessuali in tutto il mondo, incentivata pure dall’avvento di riviste e film pornografici (un business miliardario!), per cui il sesso orale ripreso in grandangolo ha certo favorito il diffondersi bisex di tale pratica. Questa peculiare effusione erotica, comunque, è storicamente sempre esistita in ogni civiltà del passato, benché con significati variabili, segno a volte di dominanza di un sesso sull’altro, a volte di sottomissione, il tutto influenzato più o meno nei secoli dal giudizio religioso, di per sé sempre negativo nei confronti di pratiche sessuali non finalizzate alla procreazione. Sotto il profilo scientifico è però da chiedersi perplessi se ci voleva proprio un attore del cinema per portare in prima pagina una nozione importante e già ben nota ai medici. Nicola Surico, Presidente della Società Italiana di Ginecologia, conferma infatti che il 50% dei tumori orofaringei, il 21% di quelli laringei e il 15% di quelli del cavo orale sono verosimilmente attribuibili all’ HPV, un fenomeno prevalente nei giovani (più influenzati dai porno?) e nei i maschi. Come per l’infezione vaginale, anche per quella orofaringea l’HPV può non causare necessariamente un tumore ma solo lesioni pre-cancerose (polipi) più facilmente curabili. Per chiarire scientificamente se il rapporto sesso orale/cancro orofaringeo è “gender-related”, confinato cioè al solo genere maschile, qualcuno ha proposto di verificare se esiste pari rischio tra le tra omosessuali femmine. Sarà qualche attrice di Hollywood ad attuare la ricerca?