Sicuramente sottostimata è la Sindrome post-ricovero” (SPR) in malati acuti, cioè richiedenti ricovero urgente, di cui si occupa un recente editoriale del New England Journal of Medicine (NEJM). Nei pazienti con SPR dopo la dimissione si registra un periodo di particolare “vulnerabilità acquisita e transitoria” che li espone a dei rischi, tra i quali (paradossalmente) quello di un nuovo ricovero. Lo sviluppo di SPR è massimo nel mese successivo alla dimissione, nel quale massimamente si riduce la resistenza dei malati nei confronti di ogni tipo di stress. Si calcola che a soffrire di SPR sia non meno del 20% dei pazienti con più di 65 anni. Sorprendentemente, molti dei disturbi che comportano la nuova ospedalizzazione risultano essere in larga misura diversi da quelli che hanno portato il paziente in ospedale la prima volta. Ad esempio, soggetti inizialmente ricoverati per scompenso cardiaco, polmonite o bronchite cronica necessitano di nuovo ricovero per la stessa patologia solamente nel 37%, 29% e 36%, rispettivamente. In altre parole, la nuova ospedalizzazione per più di 2/3 risulta motivata da disturbi di altro tipo. Questi riguardano  principalmente l’apparato gastrointestinale, il metabolismo (insorgenza/peggioramento di diabete tipo 2), la sfera psichica (alterazioni dell’umore, depressione). A questi vanno aggiunti traumi vari da caduta. La gravità delle malattie che hanno comportato il primo ricovero non correla affatto con la frequenza della SPR, per cui il Dr. Krumholz della Yale University ritiene che è proprio il ricovero di per sé a causare la sindrome. E di fatto molti sono gli elementi che in un ospedale fungono da stress scatenante. Tra questi, la coabitazione che priva il malato di ogni discrezione, la cospicua alterazione/privazione del sonno, la rottura delle abitudini più consolidate (ad es., andare alla toilette), gli orari inabituali dei pasti, la qualità del cibo, il deficit nutritivo causato dai frequenti digiuni o “salto” dei pasti per esami, la limitazione dell’attività fisica, la influenza sulla psiche di farmaci di largo uso come sedativi e analgesici. E’ dimostrato che ciascuno di questi fattori di stress, e peggio se più di uno, favorisce l’insorgere della SPR. Il sonno disturbato (documentabile pure strumentalmente) ha un ruolo speciale, in quanto proprio la privazione del riposo notturno influenza negativamente il metabolismo, le attività cognitive, alcune funzioni fisiologiche, la reattività immunitaria, la coagulazione e lo stesso rischio cardiaco (magari preesistente). L’editoriale auspica che gli stress dell’ospedalizzazione non siano sottostimati e che se ne tenga conto all’atto della dimissione informandone i pazienti, anche per prevenire possibilmente nuovi ricoveri. Problemi che sembrano marginali, ma non lo sono.