Più di 80 anni fa veniva scoperta la “proteina C-reattiva” (PCR) nel sangue di pazienti con polmonite da pneumococco. La PCR è una globulina prodotta dal fegato in grado di reagire con uno zucchero complesso (il polisaccaride C) estratto da colture del suddetto batterio, ma il ruolo più significativo di tale proteina si sarebbe progressivamente chiarito solo in seguito. La PCR è intanto uno degli indicatori “aspecifici” di infiammazione (noti pure come “proteine di fase attiva”): essa infatti aumenta nel sangue durante la fase acuta di ogni tipo di flogosi anche di natura non infettiva (ad es, in artrite reumatoide, morbo di Crohn, colite ulcerosa, tumori). La PCR va inclusa tra le “opsonine”, globuline capaci di interagire con la superficie di batteri o di cellule morte o alterate, con ciò favorendo l’azione del “complemento” (che è un sistema di anticorpi necessario per un’adeguata difesa immunitaria). Questo spiega perchè monitorare i valori della PCR sia utile per valutare non solo la presenza di una qualsiasi situazione infiammatoria, ma pure la sua progressione e/o l’efficacia di un’eventuale terapia. Poiché in soggetti con sclerosi delle arterie anche la parete di questi vasi può essere sede di infiammazione, era ipotizzabile che la PCR potesse analogamente esprimere il rischio di malattie cardiovascolari, quali infarto o ictus. Tale ipotesi è stata di fatto supportata da una serie di ricerche pubblicate principalmente sull’autorevole New England Journal of Medicine. La prima, riguardante 3.745 malati con insufficienza coronarica acuta, ha confermato che l’aumento della PCR si correla direttamente con il rischio di infarto e morte cardiaca, e ciò al pari (quanto meno) dell’aumento ematico del colesterolo LDL (quello “cattivo”). La seconda, è stata condotta in 502 pazienti affetti da cardiopatia ischemica già in cura con una statina anti-colesterolo. In questo studio, e di nuovo indipendentemente dai livelli ematici del colesterolo, il calo della PCR si associava in modo lineare ad un minore rischio di infarto e persino ad una riduzione delle placche aterosclerotiche coronariche. Tali dati clinicamente rilevanti sono in sintonia con osservazioni più datate relative a cardiopatici già sottoposti ad angioplastica (il cosiddetto “palloncino”) o a by-pass coronarico, nei quali la PCR è risultata essere un indicatore di rischio di possibili complicazioni legate a tali procedure. Infine, altre esperienze mostrano che l’aumento della PCR è un segnale di rischio cardiovascolare più attendibile della ipercolesterolemia pure in ipertesi non cardiopatici, nei quali alti valori di questa proteina esprimerebbero un rischio persino doppio di infarto e di ictus cerebrale, nonostante il meccanismo sottinteso a tale correlazione non sia ancora ben compreso.