“Se le visite durano troppo, l’ASL ci bacchetta” sottotitola un articolo su AA del 23/7, a firma di Valeria Frangipane. Io non voglio entrare ora nel merito per quanto attiene alle rivendicazioni sindacali e alla tipologia dei controlli, convinto tra l’altro che le soluzioni non siano semplici. Penso però che qualche riflessione “filosofica” generale, vada fatta per ciò che concerne i tempi che i colleghi hanno a disposizione per fare bene il loro lavoro. Come premessa ritengo utili alcuni aforismi o detti lapidari che sanciscono dei principi per la buona pratica medica che dovrebbero essere delle ovvietà. “Non esistono malattie, ma solo malati “, è un aforisma attribuito a molti personaggi di estrazione assai diversa, quali l’esoterista Cagliostro, Hahnemann fondatore dell’omeopatia, il medico “allopatico” Armand Trusseau (il “padre” della tracheotomia), don Carlo Gnocchi, sacerdote di ben nota umanità. Lo psicoanalista ungherese Michael Balint allargava l’orizzonte delineando così gli obiettivi del medico onesto ed accorto: “La cosa più importante in medicina? Non è tanto la malattia di cui il paziente è affetto, quanto la persona che soffre di quella malattia.” Sembra il manifesto dell’ “olismo”, concetto secondo il quale “l’intero è un tutto superiore rispetto alla somma delle sue parti”. Di fatto ogni soggetto è diverso da tutti gli altri sia quando è sano sia, e soprattutto, quando è malato: limitarsi dunque a curare solo un disturbo specifico o il singolo organo mal funzionante di un paziente è riduttivo e miope. Il medico che non abbia radicati questi presupposti nel suo codice genetico non sarà mai un buon dottore. Tuttavia, un rapporto medico-paziente ottimale non è “automatico” e può realizzarsi al meglio solo se: 1. il tempo che il medico ha a disposizione per ogni malato gli consente di erogare un supporto assistenziale “psicosomatico”, in primo luogo ascoltando ciò che il paziente ha da dirgli; 2. il medico ha sufficiente sensibilità e disposizione caratteriale per farlo. Sulla sensibilità individuale, purtroppo, è impossibile intervenire. Infatti, è esperienza comune che nessuna categoria professionale seleziona “a priori” unicamente le eccellenze: ciò vale per medici, sacerdoti, suore, giornalisti, politici, vigili del fuoco e comandanti di navi da crociera (con inchino maldestro). E, piaccia o meno, vale pure per i malati. Ce n’è di buoni e meno buoni in ogni ambito e la diversa natura umana dobbiamo accettarla per quella che è: possiamo solo esigere che vengano rispettate alcune regole minime e che per inadempienze eclatanti siano previste sanzioni adeguate. E’ invece possibile lavorare sul tempo che i medici necessitano di avere a disposizione per dedicarsi al paziente, inquadrarlo nella sua complessità “olistica”, trattarlo con la dovuta umanità e suggerire una cura se necessaria. Proprio la progressiva riduzione del tempo messo a loro a disposizione mi sembra essere uno dei temi più significativi nella attuale protesta dei medici. Essi infatti lamentano, tra le altre cose, ritmi di lavoro che diventano sempre più stressanti, ciò che li costringe più a “guardare l’orologio” che a occuparsi del paziente-persona, limite che mal si addice ad una “good clinical practice”. In tali condizioni il tempo lasciato alla umanità del rapporto con il paziente è evidentemente insufficiente. Solo nel reparto di medicina non convenzionale di Merano sembra sia concesso un tempo adeguato per le visite, in ragione del carattere peculiare delle cure necessarie ai malati “cronici” tumorali e non, ma lo stesso non pare che avvenga per altri dei reparti ospedalieri, incluso quello che gestisce le cure palliative a Bolzano. Sia chiaro che non sono mosso da alcuna difesa corporativa: la cronaca ci dice quanto frequenti siano le lamentele per comportamenti poco sensibili o inadeguati o persino antipatici da parte di certi medici, a prescindere dal tempo di cui dispongono (ma le critiche sono più “scrivibili” dei riconoscimenti!). Questi casi è bene che vadano assolutamente chiariti ed eventualmente sanzionati. Attenzione però a non pensare che tutti i medici ospedalieri della nostra provincia siano freddi, frettolosi, poco umani e interessati unicamente allo stipendio, diversamente da quelli che esercitano la medicina alternativa/complementare, tutti ipotetici idealisti come il Dr. Albert Schweitzer (per altro cultore di medicina tradizionale, impegnato a curare, e non certo omeopaticamente, patologie gravi quali malaria, dissenteria, tubercolosi, lebbra, tracoma, elefantiasi e altro ancora).