La rivista Journal of the American Medical Association il giorno 29 luglio ha prospettato la necessità di cambiare nome al cancro (carcinoma), o quanto meno ad alcune lesioni tumorali al fine di evitare che i pazienti si terrorizzino immotivatamente e siano meno indotti a subire trattamenti non necessari e potenzialmente pericolosi (inclusa l’ablazione chirurgica). La notizia, è rimbalzata in tempo reale sul New York Times del 29 luglio che titola “ Scientists seek to rein in diagnoses of cancer” (Gli scienziati cercano di tenere a freno le diagnosi di cancro). La proposta degli oncologi statunitensi è stata subito ripresa anche dalla stampa italiana, non ultima Repubblica, che riporta un lungo commento al riguardo del Prof. Umberto Veronesi (31/7). Il problema, semantico solo apparentemente, affronta una questione molto concreta in quanto – rimarcano gli esperti del National Cancer Institute – la parola “cancro” viene spesso usata e spiegata poco e impropriamente. Intanto, essa viene usata per lesioni che cancro ancora non sono ma che dalle persone affette vengono percepite nel modo più angosciante. Da decenni si trascina infatti l’immagine peggiorativa del cancro come di una patologia inguaribile, che farà soffrire, e che porterà inevitabilmente a morte precoce il soggetto che ne è affetto. La realtà oggi è invece completamente diversa grazie ai progressi straordinari fatti di diagnosi precoci e di rimedi radio-farmacologici e chirurgici altamente efficaci: questi hanno in realtà cambiato profondamente il destino dei pazienti tumorali e non sono rare lunghe sopravvivenze di malati che possono godere di una qualità di vita accettabile e persino guarire definitivamente. Veronesi ricorda che “mediamente il 60% dei cancri guarisce e che anzi, se diagnosticate per tempo, per alcune neoplasie (mammella, prostata, tiroide, etc ) si arriva anche al 90%” (e aggiungiamoci pure, fuori virgolettato, colon e polmone nei soggetti che hanno effettuato lo screening raccomandato). Anche Veronesi propone di sostituire pertanto la parola cancro con “neoplasia”, mentre gli oncologi americani propongono di chiamare i cancri “indolent lesions of epithelial origin” (lesioni non dolorose di origine epiteliale). Screening e diagnosi precoci a parte, ci sono differenze molto consistenti tra un cancro l’altro e la diversissima mortalità a 5 anni dalla diagnosi lo dimostra senza ombra di dubbio. Questa maggiore o minore aggressività può dipendere dalla sede del cancro: ad esempio il carcinoma basocellulare della cute è maligno istologicamente ma quasi sempre clinicamente guaribile (la diagnosi è facile), cosa che purtroppo non avviene per il carcinoma del pancreas o del fegato (la diagnosi è complessa). A prescindere dalla sede, è poi ben noto che la malignità intrinseca può essere assai diversa. Molti cancri della prostata, ad esempio, anche non trattati possono non evolvere mai, come dimostra la loro presenza all’autopsia di soggetti centenari. Altro rilievo degli oncologi americani è che alcune lesioni come il “carcinoma duttale in situ della mammella” non è un (ancora?) cancro, ma questa dizione, come può succedere pure per dati affioranti da screening poco accorti, comporteranno non di rado un eccesso diagnostico (overdiagnosis) e un eccesso di trattamento anche chirurgico (over-treatment) di efficacia tutta da dimostrare e, invece, penalizzati da possibili conseguenze negative. Lo stesso dicasi per le condizioni definite “pre-cancerose” che aumentano spesso minimamente il rischio tumorale e che evolvono solo raramente. In ambito gastroenterologico, un esempio emblematico è l’esofago di Barrett: dati recenti sempre più convincenti dimostrano che “per la maggior parte dei casi e per la maggior parte del tempo” il Barrett non è evolutivo e non necessita di trattamento. Un po’ controcorrente, dunque, la mia opinione è che cambiare il nome al cancro per non spaventare le persone servirebbe a molto poco. Quello che serve anche chiamando il tumore o altre lesioni precancerose alla vecchia maniera è che i pazienti vengano informati meglio, con pazienza e in modo da capire i chiarimenti forniti, e siano poi sensibilizzati a curarsi e ad attuare controlli periodici nel modo più personalizzato possibile. “Uomo avvisato mezzo salvato” è un proverbio che vale anche in medicina. Ma, appunto, bisogna avvisare i pazienti a dovere, in modo dettagliato e non approssimato. L’angoscia di un paziente si vince con le spiegazioni appropriate e non con una terminologia nuova, certo concettualmente ben intenzionata, ma ingenua in concreto e, a mio avviso, poco convincente.