La melanina è un pigmento scuro prodotto dai melanociti, cellule situate nella parte dell’epidermide che confina con il derma. Ad essi si deve il variabile colorito cutaneo ed un ruolo difensivo nei confronti dei raggi ultravioletti. Se i melanociti si addensano in certe zone si creano i nei, formazioni grossomodo ovoidali marron-nerastre di circa 1 cm, più o meno piatte, benigne di per sé (e talora civettuole!), le quali però possono benché di rado evolvere in melanoma (M), tumore maligno che può interessare in primis, ma non solo, la cute e che può pure svilupparsi a prescindere da un neo preesistente. Il riconoscimento della degenerazione a partire da un neo – come si è ribadito giorni fa a Torino- è favorito dalla nota “regola ABCDEFG” focalizzata su dettagli sospetti. A sta per sviluppo di asimmetria, B per bordi irregolari, C per variazioni di colore, D per dimensioni superiori ai 6 mm, E per elevazione sul piano cutaneo, F per fissità alla palpazione e G per rapido accrescimento (“growth”, in inglese). Grazie a tale regola e a esami strumentali dello specialista la diagnosi è oggi molto più precoce che in passato, ma l’allarme rimane giustificato perché l’incidenza di M è in aumento nel mondo. In Italia, l’aumento si registra in particolare al Nord: TO (al top con 19 casi/100 mila abitanti), e poi TN, BZ, TS, correlabile con una più intensa esposizione ai raggi UV solari o artificiali (carnagione più chiara al Nord?). Alle Molinette di TO, i M che 10 anni fa erano 190/anno sono aumentati a 400/anno nel 2011, 450 nel 2012, 490 nei primi 8 mesi del 2013. Fortunatamente, la mortalità risulta invariata: la sopravvivenza a 5 anni del 90% rimane infatti costante a prova dei progressi in diagnosi precoce e terapia. In altri Paesi meno attenti, ad es. in Polonia, la sopravvivenza a 5 anni è di appena il 50%. La precocità della diagnosi è certo favorita dal fatto che le persone sono più consapevoli del potenziale degenerativo dei nei, che l’autoesame è più praticato (anche la schiena è osservabile con uno specchio ben posizionato), e che è più tempestivo il ricorso al dermatologo. Per i melanomi localizzati, l’escissione chirurgica è risolutiva. Inevitabilmente, la maggiore incidenza ha provocato un aumento dei costi di gestione, che sono particolarmente alti per i M che hanno già metastatizzato. Proprio per questi si confida in farmaci innovativi che sollecitano una risposta immunitaria attiva contro le cellule del M (ipilimumab) o che sfruttano una mutazione presente nei melanociti tumorali (vemurafenib). Tali agenti di più recente introduzione sembrano più vantaggiosi della chemioterapia standard. Sulle metastasi cutanee vien proposta pure l’associazione della chemioterapia con scariche elettriche concentrate su queste disseminazioni superficiali.