La vita media in Occidente è in continuo aumento e crescono così in parallelo alcune patologie tra cui la stitichezza (S). La S, sempre un disagio per chi ne soffre, per qualcuno è un vero calvario. Mentre sembra “logico” che i nostri muscoli volontari perdano tono ed efficienza col passare degli anni, meno immediato è che anche la muscolatura involontaria che avvolge il tubo digerente (dall’esofago al retto), possa “invecchiare” con conseguente riduzione/disarmonia della capacità propulsiva. L’American Gastroenterological Association (AGA) mesi fa ha ribadito la sua posizione che non si discosta per altro dalle linee guida stabilite in precedenti “Consensus” internazionali. L’AGA ricorda che le varianti sono tre, la S con transito intestinale normale, la S con transito rallentato e la S in cui è alterato il meccanismo defecatorio terminale. Circa gli esami da fare, negli stitici nei quali non ci siano rischi di patologia tumorale nel colon, alla colonscopia (che nulla dice circa la motilità) andrebbe inizialmente preferito il clisma opaco a doppio contrasto (clistere con poco bario e insufflazione d’aria) e poi, nell’ordine, il tempo di transito (con dischetti radio-opachi), la manometria ano-rettale e la defecografia (la evacuazione indotta da un mini-clistere, viene registrata radiologicamente in tempo reale). Gli accertamenti più sofisticati vanno ragionevolmente riservati solo a pazienti che non rispondono per niente alle modifiche dietetico-comportamentali. In assenza di alterazioni anatomiche, dieta e introito idrico adeguati, lassativi modulati di continuo, movimento fisico, tecniche (“bio-feedback”) grazie alle quali i pazienti re-imparano a defecare correttamente (purtroppo valide solo in certi casi), possono dare dei risultati, purché il paziente segua con costanza le raccomandazioni. Negli stitici gravi ultra-refrattari, purtroppo, può essere talora necessaria l’estrazione anche manuale delle feci attuata da sé o da altri, per evitare una sub-occlusione intestinale. In tali casi (circa il 5% secondo l’AGA) e/o quando sia provata la totale inefficacia di ogni direttiva medica, va considerata pure l’opzione chirurgica. L’intervento consiste in una colectomia totale con abboccamento dell’intestino tenue (ileo) direttamente al retto. Insiste tuttavia l’AGA che i candidati alla soluzione chirurgica vanno sempre informati che nel post-intervento l’evacuazione migliorerà, ma che potrebbero non migliorare altri sintomi (gonfiore/dolori addominali). Nei colectomizzati non di rado si pratica transitoriamente una ileostomia (“ano preternaturale”), per appurare se i sintomi dipendevano solo dalla stipsi. In conclusione, malattia non grave la stitichezza, ma fonte certa di disagio/sofferenza e problema terapeutico, destinato a crescere, da non sottovalutare.