Entusiasma poco che i premi Nobel per la Medicina (o per altra disciplina) siano assai meno noti del “maestro” do Nascimento (collaboratore di Wanna Marchi), del Divino Otelma, della Miss Italia di turno, o del secondo arrivato al Festival di Castrocaro. La ricerca di base è largamente ignorata e c’è chi, massimamente miope, pensa che essa sia persino un inutile spreco. D’altronde, le informazioni che i media forniscono sulle scoperte che hanno valso il Nobel sono una goccia che cade nell’oceano del nulla, costituito da diete miracolose, aromi salvifici, intrugli esotici, pomate dimagranti notturne, bacilli che fanno sorridere l’ombelico. Ce lo dice d’altronde anche l’OCSE che come background culturale noi siamo la maglia nera. Una goccia è dunque pure questo pezzullo che vuole essere un modesto omaggio ai tre scienziati premiati il 7 ottobre con il Nobel per la Medicina. Due sono americani, Randy Schekman e James Rothman e il terzo tedesco/americano Thomas Suedhof. Entrare in dettagli è pressoché impossibile, ma si può egualmente spiegare a grossi tratti, e con qualche esempio, lo straordinario significato scientifico delle loro ricerche condotte, tra l’altro, non in equipe. Ciascuno dei Nobel ha infatti studiato separatamente aspetti diversi ma integrabili e pertanto essenziali a chiarire processi cellulari importanti anche per i possibili risvolti clinici. Semplificando al massimo, va ricordato che molte delle nostre cellule (circa 100 miliardi!) producono numerose sostanze (ormoni, neurotrasmettitori, mediatori, metaboliti) deputate ad una serie di funzioni specifiche che dovranno esplicarsi a distanza nelle cellule di destinazione. Tali sostanze devono quindi migrare all’interno della cellula (citoplasma) per poter prima raggiungere la membrana che l’avvolge e poi essere rilasciate all’esterno. La migrazione all’interno del corpo cellulare richiede che il materiale sia incorporato in “vescicole” (immaginabili come sacchetti di cellophane). Di questo processo si è occupato in particolare Scheckman, scoprendo i geni necessari a questo “invescicolamento”. Rothman ha invece chiarito il meccanismo con cui queste vescicole raggiungono il versante interno della membrana che avvolge la cellula. Suedhof, invece, ha scoperto i segnali che alla fine consentono alle vescicole di aprirsi all’esterno e di rilasciare il contenuto “al momento giusto nel posto giusto”. Volendo tentare un esempio terra terra per noi gente comune, si potrebbe immaginare la cellula come un supermercato all’ingrosso, pieno di svariatissimi prodotti. Perché questi siano resi disponibili ai cittadini bisogna intanto che essi vengano raccolti in sacchetti- le vescicole, appunto- e che questi sacchetti vengano collocati in carrelli con i quali la merce raggiungerà la porta (la membrana) che è ancora chiusa. Questa porta si schiuderà solo quando scatta l’ora d’apertura (i “segnali” di Suedhof) e i prodotti più disparati potranno finalmente uscire ed essere distribuiti. Tuttavia, perché le diverse merci non siano consegnate a orari sbagliati e dove non servono, chi li recapita deve avere indicazioni chiare e indirizzi appropriati. Altrimenti si correrebbe il rischio che un ristorante riceva carta di impacco, che una cartoleria si veda consegnare filetto e mortadella o che a delle biblioteche arrivino dei rotoloni di carta igienica.
Il traffico cellulare segue grosso modo tappe molto simili. Le scoperte apparentemente “teoriche” dei tre Premi Nobel hanno (e avranno) importanti ripercussioni mediche, specie nel campo di malattie neurologiche che beneficerebbero certamente di un più agevole passaggio di mediatori tra un neurone e l’altro e lo stesso dicasi per le malattie autoimmunitarie e metaboliche (in primis il diabete). Anche i farmaci potrebbero diventare sempre più mirati, interessando certe cellule sì e certe altre no, una selettività concettualmente molto preziosa.
Due rilievi curiosi per concludere. Il primo è che il Nobel per la Medicina è solitamente vinto da fisiologi e biologi e non da medici, i quali beneficeranno però delle scoperte dei primi. Il secondo, che esiste anche un ironico poco noto Premio Ig-Nobel (o Ignobel) che viene assegnato ogni anno a ricercatori che hanno prodotto risultati scientifici inutili o risibili. Il Premio Ig-Nobel è nato nel 1991 (a novant’anni esatti dalla nascita del Nobel), sponsorizzato dalla rivista statunitense Annals of Improbable Research, e viene assegnato tradizionalmente all’Università di Harvard. Primo vincitore nel 1991 è stato Jacques Benveniste, l’immunologo francese che aveva scoperto la memoria dell’acqua (sic!), così cara agli omeopati. Benveniste è stato persino premiato con un secondo Ig-Nobel anche nel 1998, questa volta per aver sostenuto la trasmissibilità della suddetta memoria via telefono o via internet. No comment.