L’OMS definisce così la “Salute”: “Stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia”. Ciò aiuta a decifrare meglio i rapporti intercorrenti tra salute, grado d’istruzione e di povertà. Si evince intanto con immediatezza che non può godere di benessere psichico (e non può quindi rientrare nella definizione di salute) chi è travolto da difficoltà di sopravvivenza e da emarginazione. Una bassa condizione economica comporta tra l’altro una più scadente scolarizzazione e questo a sua volta determina spesso un più scarso rispetto di norme igieniche ottimali (dal costo poco appariscente ma non irrilevante). Eloquenti al riguardo le differenze registrabili tra Paesi industrializzati e Terzo Mondo per quanto riguarda vita media, mortalità infantile, incidenza di malattie quasi scomparse in Occidente (in primis, tbc, epatite B, malaria, tracoma). Tuttavia, secondo molti osservatori le sacche di povertà nei Paesi ricchi hanno ricadute negative anche sull’intera popolazione, benestanti inclusi. Ciò si accorda con l’indagine pubblicata sul British Medical Journal da epidemiologi Nippo-americani. La ricerca ha riguardato 60 milioni di persone rappresentative di 30 Paesi (“ricchi e poveri”), per ognuno dei quali i ricercatori hanno definito un “indice di diseguaglianza economica”, verificandone poi l’impatto su mortalità e morbilità (numero di ammalati in quell’area). Si è così riscontrato che i soggetti residenti in zone ad alta diseguaglianza sociale hanno comunque un maggiore rischio di mortalità “prematura” (indipendentemente da variabili come età e sesso). Ad es., il maggiore grado di istruzione e la minore diseguaglianza socioeconomica registrabili in Paesi scandinavi, Austria, Olanda, Germania, Francia risultano associarsi ad un migliore stato di salute se confrontato con quello registrabile in Messico, Turchia, Polonia, nazioni dagli squilibri sociali più marcati. Negli USA, a causa della precaria assicurazione sanitaria, il contrasto tra mortalità/morbilità nei ceti più ricchi e quella degli strati più poveri della popolazione è ancor più stridente. L’Italia sta meglio degli USA, ma peggio di Spagna e Inghilterra. Il prof. S. Garattini riporta al riguardo che, riducendo la diseguaglianza nel nostro Paese, la mortalità diminuirebbe complessivamente di 16.500 unità/anno. Ci si potrebbe allora chiedere se una minore diseguaglianza sia ipotizzabile a breve nel nostro Paese in cui per qualche divorziata si prevede un sussidio di 1,4 milioni di euro “al mese”, e per qualche figlio di ministra sub judice una buonuscita di 3,5 milioni di euro dopo ”1 anno” di lavoro o poco più. Cicerone redivivo ci riproporrebbe probabilmente il suo “Mala tempora currunt”. Ed è certo ciò che pensano pure coloro che campano con un mensile di 1000 euro.