Con l’aumentare della vita media risultano sempre più frequenti le tre seguenti patologie: obesità e relativo maggior rischio cerebro-cardiovascolare (coronaropatie, ipertensione, fibrillazione atriale, ictus), diabete mellito di tipo 2, spesso associato infatti all’obesità, e demenze di  vario tipo. I dati riguardanti  i rapporti tra diabete e demenza sono tuttavia contradditori  e  per chiarire questo aspetto  occorreva disporre di una grossa casistica e di un lungo tempo di osservazione. A questi requisiti risponde lo studio prospettico policentrico di alcune prestigiose università americane pubblicato in agosto 2013. L’obiettivo specifico era di definire proprio il ruolo dei livelli dello zucchero nel sangue (glicemia) nello sviluppo del deterioramento cerebrale che contrassegna la demenza senile. Lo studio è durato 7 anni e si è basato su 35 mila determinazioni della glicemia e 10 mila misurazioni dell’emoglobina glicata (o glicosilata) in più di 2 mila soggetti. E’ bene ricordare che la glicemia è la foto “istantanea” dello zucchero presente nel sangue al momento del prelievo, mentre la emoglobina glicata ci informa sulla quantità di glucosio con il quale l’emoglobina dei globuli rossi è venuta a contatto nei 3 mesi precedenti: più che una istantanea l’emoglobina glicata è dunque una “registrazione retroattiva” della glicemia nelle passate 12 settimane. Il suo aumento, più ancora della glicemia, è un segnale di rischio di complicanze del diabete. Tale doppia misurazione dello zucchero ematico attesta l’accuratezza dello studio statunitense comprendente 839 maschi e 1228 femmine, di età media (all’esordio della ricerca) di 76 anni. All’esordio dello studio 232 soggetti erano già diabetici e 1835 normoglicemici. I dati ottenuti venivano “aggiustati”, tenendo conto cioè di variabili potenzialmente rilevanti, quali livello d’istruzione, attività fisica, ipertensione, malattie cardiovascolari e trattamenti farmacologici relativi. Nel corso dei 7 anni di follow-up, dei 2067 partecipanti  524 ammalavano di demenza (74 dei quali diabetici e 450 normoglicemici) e lo sviluppo del deterioramento cerebrale si registrava sia in coloro nei quali la glicemia era normale all’inizio e aumentava nel corso degli anni, sia nei già diabetici in cui l’iperglicemia saliva ulteriormente. Il rischio mostrava di correlare direttamente con l’entità dell’iperglicemia. Gli sperimentatori concludono pertanto che l’iperglicemia deve essere considerata un sicuro fattore di rischio per quanto attiene allo sviluppo di demenza. Limitare le calorie, muoversi di più e controllare a dovere il livelli glicemici dà dunque vantaggi non solo complessivamente “igienici”, in primis metabolici e vascolari, ma serve anche a rallentare l’invecchiamento cerebrale. E spesso anche l’estetica ci guadagna.