In una rubrica dedicata a medicina e dintorni può sembrare fuori tema trattare del background culturale degli italiani ma così non è, perché la scarsa competenza alfabetica (“literacy”) e matematica (“numeracy”) ha infatti ricadute in molti ambiti, inclusi salute, rapporto medico-paziente e politica sanitaria. E non è in gioco la cultura sofisticata, ma la semplice capacità di capire ciò che si legge. Già la comprensione dei “bugiardini” è un problema per non poche persone. Questo peculiare analfabetismo di ritorno, anche per chi analfabeta in senso stretto non è, è sconcertante. L’ex-ministro dell’Istruzione De Mauro, riportava anni fa che il 71% della popolazione italiana non è in grado di comprendere un articolo di media difficoltà e che solo il 20% è in grado di capire le cose che legge, a prescindere dal tema (salute, sanità, politica, organizzazione). Sembra ad es. che il 33% di coloro che acquistano un mobile Ikea non comprenda le istruzioni per montare il materiale. L’analfabetismo non è più quello di chi non sa leggere, ma di chi non sa capire (è stato definito “funzionale”). Una ricerca 2011-2012 dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) su una popolazione di età tra 16 e 65 anni conferma purtroppo questa impietosa fotografia: per competenza alfabetica l’Italia è all’ultimo posto, dietro ad una ventina di paesi “sviluppati”. Ai primi posti Giappone Finlandia, Olanda, Australia, Svezia, Norvegia, mentre in coda, prima di noi che siamo la maglia nera, troviamo Polonia, Irlanda, Francia, Spagna e persino Cipro. Quanto a competenze matematiche siamo un po’ meglio: non ultimi ma penultimi (sic!). L’OCSE conclude che complessivamente meno del 30% degli italiani possiede requisiti  di conoscenza ritenuti indispensabili per “vivere e lavorare nel XX secolo” e, purtroppo il gap di competenze con gli altri Paesi peggiora con gli anni (e al Sud più che al Nord). Tale trend è poco promettente specie per i ceti meno agiati che hanno maggiori difficoltà ad acculturarsi. Ciò vale soprattutto per i giovani tra i 16 e i 30 anni: i giovani meno abbienti abbandonano più facilmente scuola e università e, dopo un’eventuale laurea, vittime di un precariato epidemico che risparmia solo i raccomandati, tendono ad accettare tutto “quello che passa il convento”. La meritocrazia (come l’entusiasmo) va così a estinguersi e questa pure è una delle ragioni per cui le università Italiane si trovano fuori dalle prime 200, con distanze abissali dalle università più prestigiose di USA, Inghilterra e Nord-Europa. Questione anche di soldi, naturalmente, e si rimarca come l’Italia investa nell’istruzione solo il 4,7 del PIL contro una media OCSE del 5,8. Che qualcosa vada cambiato nella gestione de nostro Paese è ben più che una sensazione malinconica.