Gli articoli su giornali e riviste laiche riguardanti l’alimentazione sono in gran parte inaffidabili. Quando però gli alimenti si studiano con rigore e i risultati vengono pubblicati da una prestigiosa rivista (NEJM), i dati meritano attenzione. E’ il caso dello studio sul rapporto tra consumo di noccioline americane o di noci in genere (N) e mortalità. Due studi condotti in USA su un gran numero di paramedici (121.700 donne e 51.529 uomini) monitorati per ben 30 anni, hanno evidenziato che nei consumatori più volte al giorno di N la mortalità totale e quella specifica per infarto, ictus, pneumopatie e tumori è del 20% minore di quella dei non consumatori. Il consumo di N è stato valutato usando un questionario speciale basato sul n° di porzioni giornaliere/settimanali (circa 28 g l’una). Lo studio conferma indagini meno ampie  tra le quali una in particolare, in soggetti a dieta mediterranea ricca di N, secondo la quale 3 porzioni/settimana ridurrebbero la mortalità del 40%. Gli autori del megastudio su NEJM  accettano i dubbi di chi si chiede se conclusioni così strabilianti non possano riflettere errori metodologici. In risposta, essi insistono sull’attendibilità della loro indagine supportata dalla numerosità dei soggetti arruolati e dal monitoraggio protratto e anche dal fatto che dopo una correzione di variabili possibilmente “confondenti”, i risultati restano immutati. Un’interpretazione alternativa di questa correlazione inversa tra consumo di N e mortalità sarebbe, in via teorica, che sono i malati di cuore, pneumopatie e tumore a mangiare meno arachidi e non il contrario. Ciò viene però escluso dagli Autori perché nel loro studio essi hanno incluso solo soggetti sani. Ancora, pur riconoscendo che associazione non significa “sempre” correlazione causale, gli Autori credono che in questo caso una correlazione ci sia: le N ricche di acidi grassi insaturi, proteine di alta qualità, vitamine, minerali e fitosteroli, antiinfiammatori e antiossidanti, avrebbero secondo loro il potenziale per ridurre la mortalità in chi le assume. Nonostante la serietà dello studio, è ragionevole avanzare qualche riserva metodologica relativa in primis alla difficoltà di quantificare con precisione per 30 anni la quantità assunta di N in una popolazione così ampia e quindi di definire l’introito ideale. Altra perplessità è che una dieta ipercalorica in quanto ricca di N dovrebbe aumentare il rischio di obesità, mentre i consumatori di arachidi seguiti per 30 anni risultano al contrario calati di peso, e chi scrive si domanda il perché (maggiore attività fisica?). Comunque, diversamente che negli USA, i “bagigi” non sono proprio così presenti sul desco nostrano e per vivere più a lungo è forse meglio seguire diete “intelligenti” di altro tipo ed evitare la sedentarietà.