I colleghi AK Smith e collaboratori (Università di California) attirano l’attenzione sull’ importanza della prognosi, la quale specie per malattie gravi gioca un ruolo centrale nelle decisioni del medico e del paziente. Purtroppo, con sorpresa di chi ipotizza prognosi precise grazie ai progressi della medicina, si deve registrare la notevole variabilità in sopravvivenza di pazienti che hanno avuto identica prognosi. Le previsioni possono essere estrapolate da casistiche limitate e/o molti indici prognostici risultano di fatto solo concettualmente “plausibili”, ma non testati in modo oggettivo. In ogni caso, i dati medi possono non valere per il singolo individuo. Poniamo- l’esempio è dei colleghi californiani – che il rischio di morte a 6 mesi venga valutato del 25 %: il dato medio non ci dice però se il singolo paziente apparterrà al gruppo dei 25 che moriranno o nel gruppo del 75 che saranno ancora in vita. Pur condividendo l’importanza teorica di una prognosi più esatta si deve constatare che, nonostante i prevedibili progressi futuri, sarà impossibile eliminare del tutto un certo grado di imprecisione della prognosi. Tale incertezza, se lasciata a sé stessa, ha purtroppo inevitabili conseguenze negative. Al paziente angosciato da ciò che gli riserva il futuro riesce infatti difficile vivere il presente, anche sotto il profilo organizzativo: ad esempio, decidere se cambiare residenza o no, oppure avviare o no iniziative imprenditoriali impegnative (se la prognosi è infausta a breve, le conseguenze potrebbero essere catastrofiche). Per i colleghi californiani tre sono gli atteggiamenti di possibile utilità per controllare meglio il comprensibile impasse dovuto a prognosi che non possono essere perentorie. Il primo è quello di “normalizzare l’incertezza” della prognosi. Ciò significa fare presente con molta onestà ai pazienti i limiti delle conoscenze che non consentono certezze individuali. Il secondo, è di insistere perché il paziente, meglio informato e consapevole del fatto che l’esatta previsione è impossibile, reagisca più responsabilmente e meno emotivamente: le decisioni prese sono più adeguate quando non si è mossi solo da ansie e dubbi. Terzo, convincere i pazienti ormai edotti dell’inevitabile incertezza prognostica che essi devono acquisire la capacità di vivere “here and now”, qui e subito. Inutile dire che per il raggiungimento di questi obiettivi il rapporto medico-paziente è decisivo. In ogni modo, limitarsi a cercare impossibili prognosi esatte al 100%, impedisce ai malati e ai loro cari di “vivere nel presente”. In altri termini, chiedersi unicamente e in continuazione cosa riserverà il futuro riduce pesantemente la capacità dei malati di adeguarsi alla situazione e di viverla al meglio, anche quando la realtà è drammaticamente critica.