Mentre le conseguenze di un deficit di ferro (Fe) sono ben intuibili (l’anemia che ne consegue è solitamente da perdite ematiche di varia natura, più di rado da scarso assorbimento), meno note sono le malattie da sovraccarico di Fe chiamate genericamente “emocromatosi”. Ne scrivo oggi per accontentare un lettore che ne è affetto e in ricordo di una patologia che ha monopolizzato i miei primi anni post-laurea. In questa malattia l’abnorme accumulo di Fe dipende da un esaltato assorbimento intestinale geneticamente indotto. Si parla in tal caso di emocromatosi “primitiva”, caratterizzata nella sua forma più conclamata (e tardiva) da cirrosi epatica, diabete, miocardiopatia e melanodermia. Il danno negli organi si istituisce per altro lentamente e la cura, costituita sostanzialmente da salassi periodici, è piuttosto efficace. Ricerche recenti aprono oggi degli spiragli circa la possibilità di migliorare la terapia, anche se la possibilità di un uso clinico immediato è per il momento piuttosto remota. Il progresso nasce dalla scoperta di 2 proteine chiave nel metabolismo del Fe. Una, la “epcidina”, è ipo-prodotta dal fegato dell’emocromatosico come conseguenza di un’alterazione del gene che la esprime. Più alto è il livello di epcidina (sintetizzata “intelligentemente” dal fegato quando l’assorbimento è già adeguato) e più basso è il rischio di emocromatosi. La seconda proteina, detta “ferroportina”, va vista come un cancello situato sulla membrana delle cellule intestinali (e pure dei macrofagi e degli stessi epatociti), deputato a schiudersi per far passare il Fe dall’interno delle cellule all’esterno. La ferroportina è inibita dalla epcidina che interagendo con essa comporta di fatto la “chiusura del cancello”: viene così bloccato l’assorbimento di Fe dal lume alle cellule intestinali e da queste al sangue, con ridotto arrivo del Fe nei vari tessuti. Perché allora non ipotizzare una cura dell’emocromatosi a base di epcidina? Si eviterebbe oltretutto la necessità di ripetuti salassi poco graditi ai malati. Purtroppo la epcidina, efficace nel topo, non è sfruttabile nell’uomo perché a tutt’oggi è impossibile ottenerne quantità sufficienti a basso costo. Un’alternativa sarebbero degli agenti che ne mimano l’azione (epcidina-agonisti), ma pure la produzione di questi è problematica e costosa. Inoltre, data la rarità dell’emocromatosi, l’industria ha scarso interesse per la ricerca in tale ambito (i farmaci renderebbero poco). La salassoterapia, che ha un costo modesto, rimane pertanto la cura vincente salvo che nei pazienti con sovraccarico di Fe secondario ad anemia “acrestica” (cioè da alterata utilizzazione midollare del Fe che resta largamente in situ): in questi, che sono emocromatosici ma anche anemici, la salassoterapia sarebbe evidentemente improponibile.