C. E. Koop (1916-2013) è stato un noto chirurgo pediatrico americano. A lui si deve la frase “Drugs don’t work in patients who don’t take them” (i farmaci non agiscono nei pazienti che non li assumono). Sembra una battuta lapalissiana ma in realtà Koop attira l’attenzione sul fatto che molti pazienti non si curano solo perché non assumono con regolarità i farmaci prescritti. Questa aleatoria adesione alla cura in gergo medico si definisce “scadente compliance”. In una rubrica del 2010 abbiamo già dettagliato la diversa tipologia di questa inadempienza: irregolare rispetto dell’orario e/o della frequenza delle assunzioni del farmaco, uso di dosi inadeguate, interruzione prematura del trattamento. Le ripercussioni maggiori si hanno in caso di malattie croniche che necessitano di cure continuative, quali ad es. artrite reumatoide, diabete, ipertensione. Pure la profilassi anticoagulante in soggetti con ictus o infarto pregressi o con fibrillazione atriale richiede una compliance rigorosa. Ovviamente, è più facile che una cura venga attuata male quando i farmaci da assumere sono tanti e/o quando minore è la vigilanza del paziente, il che fa già intuire che poco “compliant” saranno soprattutto gli anziani, più spesso sottoposti a multiterapia. La questione che si trascina da anni non sembra migliorata (anzi!) e infatti, in un convegno del 9 novembre 2013 a Bari, con l’alto patrocinio di Senato, Ministero della Salute e Federazione dei Farmacisti Italiani, si è confermato che una cattiva compliance si registra anche oggi in ben il 50% dei pazienti affetti da malattia cronica, percentuale che sale al 70% se si tratta di anziani nei quali sembrano giustificati molti farmaci (ma è davvero sempre così?) per il fatto che le malattie/magagne sono più di una. Va tuttavia ribadito, a prescindere dall’età, che è  comunque problematico seguire in modo diligente una cura che preveda più di 4-5 farmaci al giorno. Alla possibile inefficacia di medicinali assunti disordinatamente specie da un anziano non accudito da familiari o badanti, si aggiunge il rischio di interazioni tra un farmaco e l’altro (e un possibile sommarsi di effetti collaterali). In definitiva, le ricadute di una scadente compliance, hanno un impatto negativo sulla salute che si vorrebbe migliorare, sulla qualità della vita, e, non ultimo, sui costi socio-sanitari che ne derivano. Sprechi consistenti senza benefici concreti per i pazienti sembra in effetti un’equazione paradossale. Nel corso del suddetto convegno si è pertanto opportunamente auspicato un percorso integrato per ottimizzare proprio la compliance, con il concorso di medici, farmacisti, enti regolatori e migliore informazione del paziente. In Italia, purtroppo, si ha spesso l’impressione che gli auspici abbondino ma che le realizzazioni scarseggino.