Probabilmente pochi sapevano dell’esistenza della ossigeno-terapia iperbarica (OTI) prima che l’argomento approdasse sulle pagine del nostro giornale con la notizia di un mancato rinnovo di convenzione per detto Servizio nell’ottica della spending review. Ma vediamo di cosa si tratta. “Ossigeno-terapia” implica intanto che viene usato ossigeno (O2) puro al 100%. L’aggettivo “iperbarica” precisa che l’O2 viene erogato ad una pressione superiore (di 2-2,8) volte a quella atmosferica. La terapia si attua in camere pressurizzate (iperbariche, appunto) , in cui può essere trattato solo un paziente alla volta (camere monoposto) o anche un gruppo di malati (multiposto). Un paio d’anni fa i centri di OTI in Italia erano una settantina, a fronte dei 500 servizi negli USA dove la popolazione è 5 volte di più. Colpisce da subito che i centri di OTI in Italia siano distribuiti in modo molto diseguale: da un minimo di 1 centro/regione per Friuli-VG, Liguria, Trentino-A.A., Marche e Molise a 12 e 18 Centri (sic!) in Calabria e, rispettivamente, in Sicilia. Diseguaglianza che sconcerta per due motivi. Il primo è che in Lombardia, la regione più ricca con quasi 10 milioni di abitanti, siano operanti solo 4 centri, un numero molto inferiore a quello registrabile in regioni considerate depresse, in primis la Calabria (2 milioni di abitanti) e Sicilia (5 milioni di abitanti). Il secondo motivo è che sembra alquanto strano che le patologie che richiedono l’OTI siano concentrate solo in alcune regioni. Ciò inevitabilmente alimenta il sospetto che l’attivazione di questi Servizi sia motivata da interessi extra-sanitari poco lodevoli (non certo una novità!). Con le sedute di OTI (30-90 minuti l’una), grazie alla maggiore pressione di O2 vigente nelle camere iperbariche, si mira a disciogliere questo gas nel sangue per farlo così pervenire ai tessuti lesionati dove altrimenti, con i soli globuli rossi, non vi arriverebbe a sufficienza. Altre azioni dell’OTI sono: anti-edema, battericida su germi anaerobi (che non sopportano l’O2) , anti-tossinica, anti-ossido di carbonio. Meccanismo complesso per cui le indicazioni della OTI sono più di una, benché non tutte di efficacia altrettanto documentata. In una rassegna ad hoc del 2014, il prof. C. Crawforf Mechem, Professore di Medicina d’Urgenza all’Università di Pennsylvania, ne sintetizza l’uso valorizzando la OTI anzitutto nella cosiddetta “malattia dei cassoni” (o da decompressione): in fatti, in caso di decompressione “rapida” (ad es. in palombari o in sommozzatori), i gas disciolti nel sangue e nei liquidi interstiziali passano allo stato gassoso formando bolle che diventano veri emboli, pericolosi specie per il sistema nervoso (alla pressione di 3 atmosfere le bolle gassose si riducono di 2/3!). Altre indicazioni sono: intossicazioni da ossido di carbonio (spesso in cronaca per decessi dovuti a esalazioni da stufe, bracieri, discariche, tubi di scappamento con effetti letali), anemia grave, politraumi da incidente stradale, ascessi cerebrali da actinomiceti, infezioni delle parti molli, ulcere cutanee refrattarie alla terapia, gangrena di vario tipo, in particolare quella gassosa e quella di Fournier (grave necrosi/infezione dei tessuti molli paragenitali del maschio), osteomielite cronica, osteonecrosi asettica, retinopatia pigmentosa, vertigine refrattaria alle cure, colite da Clostridium difficile. La OTI è controindicata in pazienti trattati con alcuni farmaci (ad es., il disulfiram-ANTABUSE, gli antitumorali adrianomicina e cis-platinum) o affetti da pneumotorace e grave enfisema polmonare, e va fatta con cautela in pazienti epilettici, con pregressa chirurgia toracica e nelle gravide. Esistono alcune complicazioni della OTI, ma per Crawford Mechem solo registrabili solo in meno del 20% e non tali da sconsigliarla. Tornando al Centro di Bolzano, oggetto della recente querelle, esso ha guadagnato improvvisamente le prime pagine a causa della previsione di un possibile non-rinnovo della convenzione. Senza entrare nel merito in assenza di dati che lo scrivente non ha, verrebbe comunque da dire, data la peculiarità e l’importanza di questa cura, la decisione non dovrebbe basarsi soltanto sulla voce “spesa”. Senza considerare numero, qualità e quindi esito delle prestazioni, una decisione sospensiva mi sembra alquanto frettolosa. In altri termini 500 oppure 100 oppure 10 prestazioni all’anno, non di rado decisive per ammalati peculiari (tranne che per i palombari che in AA non… abbondano certo!) non possono avere lo stesso peso decisionale. Sembra inoltre almeno discutibile parlare di risparmi, quando ci sono altre discutibilissime spese, quali quelle opportunamente ricordate giorni fa da Valeria Frangipane su questo giornale.