Come già ricordato in precedenza, l’OMS raccomanda di limitare il sodio e quindi il sale da cucina (cloruro di sodio, NaCl) a non più di 5 g al giorno (cucchiaino da te), tenuto conto che 1g di NaCl contiene circa 400mg di Na e 600mg di Cl. Va intanto precisato che il sale presente “nei” cibi (specie se processati e conservati) prevale decisamente su quello asperso “sui” cibi con la salierina. Le raccomandazioni OMS derivano da studi singoli indicanti che un basso introito salino fa calare la pressione arteriosa e il conseguente maggior rischio di mortalità vascolare (per ictus o infarto). Altri studi tuttavia, benché in minoranza, avanzano critiche e timori circa possibili effetti collaterali di una restrizione eccessiva di NaCl. Opportuna dunque la recente revisione sul British Medical Journal (BMJ) di 9862 studi. Interessante per altro notare che più di 9000 pubblicazioni (sic!) risultavano così scadenti da non poter essere incluse nella meta-analisi che alla fine ha riguardato solo 56 studi. Da questi si ha conferma che un basso introito di NaCl induce calo pressorio sia in ipertesi e che in normotesi, in linea con “generosi” dati USA secondo i quali in soggetti in dieta iposodica la prevalenza di ipertensione si ridurrebbe del 17% e il rischio di infarto e ictus rispettivamente del 6% e del 15%. Inoltre, per il BMJ andrebbero pure fugati i timori circa gli effetti collaterali di una restrizione sodica che si manifesterebbero solo per le restrizioni saline marcate e limitatamente alle prime settimane. In particolare, un ridotto introito salino per più di 4 settimane, sempre secondo il BMJ, non causerebbe il paventato aumento dei livelli di colesterolo, di trigliceridi o di catecolamine e non danneggerebbe la funzione renale. In definitiva, i vantaggi clinici di un ridotto consumo di sale devono considerarsi complessivamente assodati, ma solo per quanto attiene a pazienti ipertesi non cardiopatici ed esenti da malattie concomitanti. Inoltre, qualcuno fa notare che l’efficacia della dieta iposodica nel prevenire le conseguenze cardiovascolari dell’ipertensione non è documentata al meglio. Ciò dipende dal fatto che i dati al riguardo si evincono da studi basati sull’osservazione retrospettiva, un tipo di evidenza considerata “debole” se rapportata ai risultati di studi sperimentali prospettici che per ora scarseggiano. Infine, non va dimenticata la regola che il sale (come un qualsiasi farmaco) può avere un ruolo biologico diseguale e comportare effetti non identici in soggetti con precedenti clinici e/o substrato genetico diversi e con abitudini comportamentali e voluttuarie differenti. Per i soggetti normali, la locuzione “in medio stat virtus” sembra comunque una conclusione ragionevole perché essi possano gratificarsi con il sale senza sensi di colpa.