Nessuna condanna preconcetta delle Aziende farmaceutiche, senza le quali le terapie non sarebbero certo così progredite. Tuttavia, esse vanno controllate con rigore perché il guadagno che loro giustamente spetta (ricerca, sviluppo, produzione) non derivi da odiose strategie speculative. Il recente caso Avastin-Lucentis è un chiaro esempio di questa distorsione che è costata allo Stato una spesa esorbitante (45 milioni di euro in più solo nel 2012). Ma, al di là di questo fatto clamoroso che ha comportato la maximulta di 180 milioni di euro per Roche e Novartis, ci sono “stranezze” meno percepite dai non addetti. Una di esse è la carenza di farmaci pur non ritirati ufficialmente dal commercio (solitamente meno costosi), e il conseguente ricorso a farmaci sostitutivi (solitamente ben più costosi). Il problema è stato sollevato di recente da U. Tirelli, Direttore del Centro Oncologico di Aviano. La questione riguarda in primis, ma non solo, i farmaci oncologici. Rileva Tirelli che la carenza inattesa di tali agenti può dipendere da cause multiple: problemi nella produzione, problemi regolatori, sospesa/cessata commercializzazione. Questa imprevedibile mancanza periodica di alcuni medicinali non è fenomeno solo italiano e lo si registra anche altrove da una decina d’anni. Per quanto attiene in particolare agli antitumorali, Tirelli riporta che in ben 2/3 degli ospedali pubblici americani si registra la non-disponibilità periodica di una decina di farmaci, tra i quali: 5-fluorouracile (indicato in primis per tumori gastroenterici), bleomicina (per tumori del testicolo e linfomi), doxorubromicina liposomiale (per cancro ovarico e mieloma multiplo), metotrexato e citarabina (per leucemie acute), bis-cloro-nitrosourea (per tumori cerebrali e trapianto del midollo). Quando non sono disponibili antitumorali già testati e usati per anni, è inevitabile il ricorso ad altri agenti solitamente più costosi ma non necessariamente più efficaci, anzi. Tirelli cita ad hoc uno studio del St. Jude Children Hospital, condotto su adolescenti affetti da morbo di Hodgkin, dal quale risulta che con il farmaco che sostituisce quello introvabile l’intervallo libero da malattia a 2 anni si riduce del 13%. In conclusione, il sospetto che la carenza di un medicinale faccia parte in certi casi di una strategia di marketing per favorire la vendita di prodotti più redditizi non è del tutto astruso. Per Tirelli potrebbe bastare non approvare farmaci “nuovi”, costosi e spesso non più efficaci o imporre un prezzo minore. Produrre un farmaco costa, naturalmente, ma per ridurne il prezzo al pubblico Tirelli suggerirebbe alle aziende farmaceutiche di risparmiare sulla promozione, riducendo ad esempio la sponsorizzazione di convegni fasulli non finalizzati all’informazione scientifica.