Delle morti  improvvise (MI)  in  giovani atleti si è già trattato nel 2012. È oggi interessante riportare il recente confronto tra 4 esperti statunitensi di diversa opinione circa i seguenti 2 quesiti: 1. E’ utile/necessario uno screening ad hoc di giovani atleti (per lo più universitari), prima di abilitarli all’attività agonistica? 2. Un ECG dovrebbe sempre integrare anamnesi e visita? In sintesi le due posizioni contrastanti.

A FAVORE. La MI in giovani atleti apparentemente sani (1 caso ogni 50 mila) è usualmente dovuta a cardiopatie congenite asintomatiche fino al momento del decesso. Il rischio di MI in chi fa agonismo risulta fino a 5 volte maggiore rispetto ai non sportivi ed è ulteriormente gravato dall’imprevedibilità. Queste cifre giustificano pertanto uno screening in tutti i giovani che vogliono fare agonismo, tanto più che concrete strategie atte a ridurre o a rimuovere tale rischio non mancano. Per quanto attiene all’ECG, esso dovrebbe integrare sempre lo screening perché consente di svelare anomalie cardiache pre-esistenti, anche in totale assenza di sintomi premonitori o di patologia analoga nella storia familiare. Questa linea fa perno su di un ben noto studio italiano durato 30 anni, secondo il quale nei 2 decenni post-screening la MI in sportivi che gareggiano si riduce da 3,6/100 mila a 0,4/100 mila, un calo significativo che non può essere ignorato.

CONTRO. Lo studio italiano enfatizzato dai favorevoli allo screening, è sovrastimato e presenta non pochi punti di fragilità metodologica (studio osservazionale, retrospettivo, non randomizzato). Il numero di MI durante una gara è drammatizzato per ragioni emotive: 150 decessi/anno in USA è un numero molto inferiore a quello registrato ogni anno per i ventenni morti per incidenti stradali (14 mila), per cause non sport-correlate (8 mila), per omicidi (4100) o suicidi (2200). Non è finora provato che le MI siano ascrivibili all’agonismo di per sé e neppure che lo screening ne comporti una reale diminuzione. Quanto all’ECG, esso è non necessario in quanto il numero di MI dopo screening sia con che senza tale esame risulta equivalente. La lettura dell’elettrocardiogramma, inoltre, richiederebbe cardiologi esperti nello specifico, abituati cioè ad usare parametri interpretativi diversi da quelli routinari. Senza tali competenze, il numero di atleti sani etichettati come cardiopatici può diventare cospicuo e comportare l’esclusione immotivata e poco salutare di molti giovani dall’attività sportiva. Per gli scettici è meglio dunque uno screening senza ECG ma realizzato “in ambienti adatti e da specialisti veri” basato su 8 parametri anamnestici e 4 parametri obiettivi che andrebbero standardizzati. Importante, insomma, che lo screening non sia di facciata, senza di fatto influire sulla prevenzione delle MI.