Indignati e distratti dai problemi nostrani che si muovono con lentezza incommentabile, come quello degli scandalosi vitalizi difesi coi denti, della bagarre infinita del Senato (dove affiora il sospetto che alcune sedie siano molto attaccaticce), e dei segreti di stato mai svelati (vedi la commemorazione questi giorni delle vittime alla stazione di Bologna), siamo meno sensibili a questioni che al contrario avanzano velocemente nel mondo. La sanguinosa lotta Palestina-Israele, il “piccolo” focolaio” ukraino, l’invasione incontrollata di fanatici islamici in Paesi arabi (dall’Iraq alla Libia) “liberati” dalla dittatura grazie ai civili Paesi occidentali e non ultimo il diffondersi del Virus Ebola, è tutta roba lontana, che si tramuterebbe però in interesse ardente se non ricevessimo più gas per cucinare e riscaldare le case, se saltasse in aria l’Arena di Verona o se si registrasse nei nostri ospedali qualche morte per Ebola. Su quest’ultima emergenza vale la pena di soffermarsi. Per fortuna, diversamente dall’impotenza dell’ONU e dei governi sui conflitti, l’attenzione sull’Ebola dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dei vari Ministeri preposti alla salute, è molto più costante e non mancano notizie e raccomandazioni recentissime anche a fine luglio,  diffuse principalmente dal Centro per il Controllo e Prevenzione delle Malattie (CDC, nell’acronimo inglese) che non è male riportare.  La  “febbre emorragica”- così è anche nota la infezione da virus Ebola- è una virosi nata in Africa, rara ma ad altissima mortalità. Sarebbe dunque salvavita un vaccino specifico che per ora manca (con gaudio degli “alternativi” nostrani che sono follemente contrari alle vaccinazioni tout court?). Il contagio avviene non per via respiratoria, ma per contatto diretto  con sangue o altri umori (saliva, seme, sudore) di malati di Ebola, ancora vivi o defunti e persino con animali affetti dal virus (per i quali un vaccino in sperimentazione sembra efficace). Al 31 luglio 2014, per il CDC il bilancio relativo a Guinea, Sierra Leone, Liberia e Nigeria può riassumersi come segue: 1323 malati sospetti, conferma diagnostica in 909, mortalità 729 pari al 68 %. In mancanza momentanea di cure efficaci e specifiche i sintomi potrebbero aiutare un riconoscimento precoce che servirebbe almeno ad arginare il contagio. Purtroppo i sintomi  sono aspecifici: quelli di una normale influenza con febbre, associati a nausea, vomito, diarrea, mal di stomaco. Meno frequenti, ma più sospetti, sono rush cutanei,  occhi rossi, difficoltà respiratorie e a deglutire e, soprattutto, emorragie sia esterne che interne. La diagnosi precoce è dunque difficile. I test di laboratorio utili attuati a pochi giorni dall’esordio dei sintomi sono il dosaggio del virus e delle immunoglobuline M più la cosiddetta PCR (che non è la normale proteina-C-reattiva, ma la cosiddetta “reazione a catena della polimerasi” che consente di ottenere molto rapidamente in vitro la quantità di materiale genetico necessario), più un test di cosiddetta cattura antigenica.  Durante le fasi successive si controllano ancora specie le immunoglobuline M e G. Pure nei pazienti deceduti si attuano test immunoistochimici, la PCR e si tenta l’isolamento del virus. È chiaro che si tratta di test non routinari, difficili più che altrove in aree così povere e con una sanità  aleatoria. Il rischio di contagio è maggiore nei Paesi già elencati, cui vanno aggiunti il Congo, il Sudan, la Costa D’Avorio e l’Uganda. Maggiormente esposti sono gli operatori sanitari (medici, paramedici, tecnici), i famigliari e gli amici dei soggetti ammalati. La prevenzione  non è sempre facile nel contesto africano e richiede  in primis l’isolamento stretto del malato, mascherine, guanti, occhiali di protezione, indumenti sterilizzati. Rigorosa deve essere l’attenzione a non entrare in contatto con i malati vivi o morti. Come si è ribadito, una terapia  antivirale non esiste, ma quella di supporto può essere salvavita, fatta di infusioni  idrosaline,  ossigenoterapia, controllo delle emorragie e delle infezioni sovrapposte. Le autorità sanitarie in tutti i Paesi sono generose di informazioni e di suggerimenti, preziosi in particolare per chi viaggia spesso e che al momento, se non è strettamente necessario dovrebbe evitare quelle aree. Viaggi e immigrazioni sono naturalmente un ostacolo importante ad una prevenzione effettiva e val la pena in attesa del meglio, di ricordare il vecchio adagio “uomo avvisato mezzo salvato”.