Anni fa un danno del fegato si ipotizzava solo in base a test di laboratorio “indiretti” (in primis sulle transaminasi). “Direttamente” il danno poteva dimostrarsi solo con biopsia transcutanea attuata con l’aspirazione di tessuto epatico mediante apposito ago, ideato 50 anni fa dall’italiano G. Menghini. La diagnostica migliora poi con la laparoscopia, ideata già nel 1901, ma perfezionata solo in seguito, grazie alla quale, previa anestesia superficiale e insufflazione di 4-5 litri di aria, si penetra con uno strumento nel cavo peritoneale e si visualizza il fegato. La laparoscopia ha grossi vantaggi e pochi rischi ma rimane pur sempre, un esame invasivo e fonte di apprensione pure per l’operatore (lo attesta chi scrive che in tempi lontani ha condiviso l’ansia di “entrare in pancia” alla cieca con il gastroenterologo di VR prof. Vantini). Dopo la guerra si afferma l’ecografia, tecnica per immagini priva di rischio radiologico, che sfrutta gli echi prodotti da ultrasuoni indirizzati tramite sonda al fegato. L’ecografia informa su dimensione, superficie e struttura del fegato e consente pure di “guidare” la biopsia su zone specifiche. Procedura preziosa, specie se il danno epatico è eclatante (steatosi, epatiti croniche, cirrosi, tumori), ma ancora poco precisa nel rilevare la presenza di fibrosi, stadio di pre-cirrosi che causa l’anelasticità del fegato ben prima che la cirrosi diventi conclamata. In gastroenterologia, la laparoscopia oggi è più spesso impiegata non per la diagnostica, ma per l’asportazione della colecisti con calcoli. E si arriva al “fibroscan”, approvato dalla FDA nel 2013, una specie di ecografia che dura 15-20 minuti e che molto più dell’ecografia prescinde dall’abilità dell’operatore: con una sonda posta sull’area epatica si emette una vibrazione meccanica (non ultrasuoni) che attraversa il fegato con una velocità diversa a seconda che il viscere sia soffice o “indurito” per l’aumento della fibrosi, cioè dell’impalcatura connettivale che sostiene il tessuto epatico (elemento cruciale specie per monitorare un’epatite cronica). Grazie ad un computer la sonda traduce la velocità delle vibrazioni che diffondono nel fegato in un dato numerico espresso in kilopascals: maggiore di 7 se fibrosi, di 11 se cirrosi. Il fibroscan che correla accettabilmente con il quadro isto-bioptico, definisce pure il “grado” della fibrosi associata all’epatite, con una sensibilità e una specificità oscillanti rispettivamente tra 70 e 90%. L’area esaminata è 100 volte più grande e quindi più esauriente di quella di una biopsia, per cui la ripetizione poco gradita di questa può essere evitata. Informazione più accurata ancora, e sull’intero fegato, la si ricava dall’“elastografia con risonanza magnetica” esame ben più costoso. Accontentiamoci che  in TAA arrivi il fibroscan.