Un dramma che riacutizza problematiche non nuove è il recente suicidio della ventinovenne americana Brittany Maynard, realizzato grazie all’aiuto dei suoi cari e alla legge vigente in Oregon, uno degli Stati USA in cui tale diritto è riconosciuto. La giovane ha deciso di morire sapendo di avere un tumore cerebrale maligno inoperabile che avrebbe causato ante mortem indicibile sofferenza psico-fisica. In una persona con tumore cerebrale la sofferenza psichica (consapevolezza di morire a breve) e fisica (cefalea, vomito, instabilità, disturbi motori e della vista, epilessia, sopore) è veramente straziante e può quantificarla soltanto la persona che ne è affetta. Nessuno, nemmeno un sacerdote, può arrogarsi il diritto di giudicare l’entità della sofferenza senza almeno com-patire il sofferente. E invece l’ANSA ci informa che il presidente della Pontificia accademia per la Vita, mons. Carrasco de Paula, pur affermando di non giudicare le persone, dice contraddicendosi che “il gesto in sé è da condannare” e che “la dignità è altra cosa che non il mettere fine alla propria vita e che il suicidio assistito è un’assurdità”. In ottica religiosa è certamente lecito dare alla sofferenza umana un significato peculiare, ma giudicare il dolore “di altri” è davvero intollerabile presunzione. Meno impietoso il presidente del Pontificio consiglio per la famiglia, Mons. Paglia, che si è limitato a chinare la testa definendo la morte di Brittany solo “profonda tristezza” (condivisibile) e “grande sconfitta” (opinabile). Diverso, e ciononostante correlato con l’eutanasia assistita di Brittany, è il conflitto tra le posizioni del Vaticano e le scelte individuali di chi vuole rifiutare le cure, alimentazione inclusa, che lo tengono in vita. Tale questione, etichettata come testamento biologico (alias “Dichiarazione anticipata di trattamento”), è un momento essenziale nell’ipotesi di un incidente che potrebbe rendere una persona incapace di intendere e di volere. Arcinoto è il caso di Eluana Englaro, ragazza in stato vegetativo permanente da 17 anni, così come altre vicende altrettanto drammatiche di pazienti non in coma, ma in condizioni di estrema sofferenza quali L. Coscioni, PG Welby,  G. Nuvoli, e P. Ravasin. Pazienti,  tutti accomunati dal desiderio di porre fine lucidamente ad una vita giudicata insopportabile, e tuttavia non in grado di farlo senza aiuto. Dopo il suicidio assistito di Brittany  anche il testamento biologico, sta risvegliando nuovamente sui giornali e in TV un accesa discussione giuridica, filosofica, religiosa e inevitabilmente politica. Ma proprio a proposito della nutrizione considerata non cura ma supporto naturale obbligatorio, qualcuno si è chiesto se alcune posizioni del Vaticano non vadano comunque riviste. Dar da mangiare agli affamati e dar da bere gli assetati sono due delle sette “Opere di misericordia corporale raccomandate da Gesù nel Vangelo (Matteo 25) e sembrano imperativi morali davvero ineludibili. Questo sancirebbe l’obbligo di mantenere in vita una persona che necessiti o implori cibo e acqua e che, non nutrita, morirebbe di fame e di sete, mentre, se nutrita, potrebbe ritornare ad una vita normale. Quelle Opere di misericordia corporale prevedevano evidentemente solo l’alimentazione “naturale”, per via orale. Questa nutrizione non è solo terapia ma un atto di umanità. Il secondo scenario vede invece protagonista un malato inguaribile, ancora cosciente, straziato da un dolore intrattabile oppure un paziente in coma irreversibile da molti anni, incapace di alimentarsi normalmente da solo, nel quale la nutrizione può avvenire solo in modo “innaturale” (con sondino naso-gastrico, per vena, per gastrostomia). Per le norme vigenti si assiste ora al paradosso che dei diabetici possano opporsi all’amputazione di un piede in gangrena, consapevoli che il rifiuto comporterà il decesso (fatti accaduti anche di recente), mentre al contrario la legge non permette a chi è impossibilitato ad alimentarsi da solo di rifiutare la nutrizione artificiale. Alle persone che hanno violato questa legge il Vaticano ha negato in  passato il funerale religioso, “benevolmente” concesso invece a Pinochet o a mafiosi sicuramente pluriomicidi (“Perché a loro sì, ma non a mio marito?”- si è chiesta  a suo tempo la nostra corregionale  di San Candido Mina, moglie di Piergiorgio Welby). Sconcerta soprattutto che la intransigenza della Chiesa sia così diversa a seconda dell’area geografica. Ad esempio, in  Spagna, paese ultracattolico i vescovi hanno già nel 1986 distribuito un modello di testamento biologico nel quale si condanna l’eutanasia (che per altro è altra cosa), ma in cui si auspica pure che il paziente “non venga mantenuto in vita a mezzo di trattamenti sproporzionati” e che “non si prolunghi abusivamente il suo processo di morte”. Analogamente, nel gennaio 2009, in molti episcopati in Germania (Paese natale di Ratzinger!) veniva distribuito un modulo di testamento firmato dal cardinale Karl Lehmann, capo della Conferenza Episcopale Tedesca, e congiuntamente dal protestante Manfred Kock, Presidente delle Chiese Evangeliche. Alcuni stralci delle volontà testamentali, sembrano inequivocabili: “Non debbono essere intraprese nei miei confronti misure di prolungamento della vita, se è attestato che ogni misura è senza prevedibile miglioramento e dilazionerebbe solo la mia morte…. Trattamenti medici, così come un’assistenza premurosa debbono in questi casi essere indirizzati a ridurre i dolori, l’agitazione, la paura, l’affanno, la nausea, anche quando non si possa escludere che il necessario trattamento antidolorifico possa abbreviare la vita. Io vorrei poter morire con dignità e pace, per quanto possibile vicino e in contatto con i miei parenti, le persone care e nell’ambiente che mi è familiare”. Questo rispetto della sofferenza umana, pur in ottica religiosa, sembra sì permeato di quella charitas di cui all’inizio lamentavo la carenza a proposito della giovane Brittany. Un atteggiamento decisamente più permeato di spirito “francescano” e chi pensa che questo aggettivo sia allusivo, ha…perfettamente ragione.