La  sigla EBM  sta per “Evidence Based Medicine”, tradotta al meglio come “medicina basata sulle prove”. C’è da chiedersi come mai questa necessità sia emersa con forza solo così tardi (1992): su cosa, infatti, si sarebbe mai dovuta basare la medicina se non su prove documentali? E invece fino a poco fa meno del 20% delle cure erano basate su studi clinici attendibili. Prove non solo di efficacia ma anche di innocuità, poiché ogni farmaco dà effetti collaterali ed è imperativo che questi siano molto meno seri della malattia che si vuole curare.  L’EBM ha favorito un sicuro progresso per quanto attiene alla terapia (70% delle verifiche ad hoc), ma la buona medicina esige anche diagnosi corrette e in questo ambito l’EBM è lontana dall’optimum (7% delle verifiche EBM). Commenta questi aspetti Annabella Festa, editor di Pensiero Scientifico (sul sito Va Pensiero), rifacendosi ad un articolo di L. Pagliaro e A. Colli. Questi colleghi confermano la povertà degli spazi concessi  alla diagnosi dalla EBM, mentre le domande dei medici concernenti problemi di diagnosi non sono affatto infrequenti (38% vs il 44% relative ai problemi terapeutici). Eppure la diagnosi è un momento pregiudiziale per poter dire al paziente cosa potrà accadergli (prognosi) e poi per progettare una cura. La percentuale di diagnosi errate ricavata dal confronto tra prima dell’ingresso in ospedale e dopo l’uscita (valutata tra 5 e 15%),  riguarda pure l’ambito pediatrico. Nella sua chiosa Annabella Festa cita uno studio su 378 pazienti, che evidenzia 19 diagnosi sbagliate (5%) a causa delle quali 17 di questi 19 malati subivano un nuovo ricovero poco tempo dopo la dimissione. I medici coinvolti nella discrepanza diagnostica prima-dopo erano quindi oggetto di intervista dalla quale si evince che l’errore diagnostico ha più di una causa. Anzitutto una diagnosi troppo sbrigativa, una  fretta decisamente inopportuna. In seconda posizione, vi è il mancato coinvolgimento di un collega più esperto. In  terzo luogo, la insufficiente consultazione sia di siti web qualificati (pochi!) che di Linee Guida societarie attendibili (non moltissime!), fonti entrambe preziose per arrivare ad una diagnosi più solida. È noto al riguardo che un aggiornamento serio e continuativo raddoppia la capacità diagnostica del medico (aggiornamento culturale non facilitato, ahinoi!, dal diffuso precariato e dal poco tempo concesso ai medici da una politica sanitaria miope). Un vecchio manifesto dell’Unione Goliardica Italiana (UGI) recitava “Goliardia è cultura e intelligenza” (il mio compagno d’università e ora storico illustre Mario Isnenghi, relatore giorni fa a BZ, se lo ricorderà molto bene!). Basta sostituire il termine Goliardia con  Medicina e… “les jeux sont fait”. Solo un auspicio, purtroppo,  più che un programma istituzionale.