Nel 1970 il prof. Richard Albin scopriva il PSA, sigla che in Italiano sta per “Antigene Prostatico Specifico”. Attenzione che l’aggettivo “specifico” si riferisce alla prostata e non al cancro prostatico (CrP), per cui un valore elevato non significa automaticamente CrP. Negli adulti un valore è di solito considerato normale quando non supera i 4ng/ml. Tuttavia, negli over 65, un valore di 6,5ng/ml è ancora ritenuto nei limiti, mentre valori oltre i 10ng/ml fanno sospettare un CrP. Il PSA viene approvato dalla FDA nel 1994 ma, colpo di scena nel 2010, lo stesso Albin in un articolo intitolato “The great prostate mistake” (“Il grande errore [di valutazione] della prostata), pubblicato sul New York Times, denuncia le conseguenze deleterie di uno screening indiscriminato con PSA. Per Albin sono inoppugnabili i seguenti rilievi: 1. La maggioranza dei pazienti con PSA elevato, non hanno un CrP; 2. In una quota di pazienti con CrP, il PSA non è aumentato; 3. Non c’è parallelismo stretto tra entità dell’aumento e presenza di CrP; 4. I falsi positivi comportano approfondimenti diagnostici ingiustificati (numerose biopsie della prostata); 4. Il costo dello screening in USA è giudicato da Albin “disastroso”, pari nel 2010 a circa 3 miliardi di dollari. Ma la riserva cruciale è che lo screening con PSA non ha comportato una riduzione significativa della mortalità per CrP. In effetti, il PSA non è in grado di distinguere tra un CrP molto aggressivo (più raro) e uno ad evoluzione lenta, per cui  “gli uomini fortunati abbastanza da raggiungere un età avanzata hanno maggiore probabilità di morire “con” cancro della prostata più che “di” cancro prostatico. Nonostante tali argomentazioni siano condivise da molte (ma non tutte) le società scientifiche, il ricorso immotivato al PSA-screening persiste, e va attribuito in primis secondo Albin alla immotivata richiesta dei pazienti stessi e alla pressione delle aziende che forniscono il kit. Si potrebbe obiettare che le riflessioni di Albin nel 2010 possono essere non più valide oggi, ma una Task Force canadese indipendente, attivata per ottimizzare la prevenzione del CrP, ha pubblicato il 27/10/2014 delle norme in piena sintonia con le perplessità di Albin: la raccomandazione forte (“strong”) è  specie quella di “non” attuare lo screening negli under 55 e negli over 70.  Il medico dovrebbe poi  dissuadere I pazienti tra 55 e 69 anni, che spesso gli richiedono il PSA, spiegando loro ampiamente i pericoli di un test indiscriminato in persone asintomatiche. In soggetti singoli con fattori addizionali di rischio tumorale, l’opportunità del test va ovviamente considerata, benché dall’inchiesta canadese emerga che, anche quando c’è famigliarità per tale tumore, un rischio maggiore di CrP non è comprovato da studi controllati.