La maggioranza dei farmaci approvati per gli adulti non sono testati nei bambini e anche nelle donne vengono spesso usati medicamenti sperimentati soltanto negli uomini. Questioni entrambe importanti perché l’assorbimento e il metabolismo dei farmaci nel suo complesso può essere alquanto diverso nelle varie fasi di crescita (lattanti, bambini, adolescenti) e nei due sessi (e in quello femminile pure a seconda della funzione ovarica). La soluzione non è semplice. Nei bambini mancano gli studi specifici (salvo eccezioni), perché nei vari  protocolli c’è l’esplicito divieto di reclutarli proprio con lo scopo di proteggerli. Questa tutela a priori comporta però inevitabilmente che nel bambino si usino quasi sempre farmaci testati  per efficacia e sicurezza solo nell’adulto. Una certa garanzia è data dal dosaggio che nel bambino viene prudentemente adattato in base al suo peso corporeo. Tale norma è invece stranamente ignorata nell’adulto per cui la dose prescritta ad un soggetto alto 1,60 che pesa 55 kg è la stessa suggerita ad un giocatore di basket alto 195 che pesa quasi 100 kg. Pure le donne “in fase sessuale attiva” (così definite quando una gravidanza non può essere esclusa) vengono spesso escluse dagli studi clinici. Anche in questo caso l’obiettivo è prudenziale, evitare cioè la nascita di bambini malformati. Ciò di nuovo comporta che di regola le donne sono curate con farmaci sperimentati solo nel  maschio, nonostante sia noto che le differenze metaboliche tra i sessi sono notevoli. Studi di “farmacologia di genere”, che consentirebbero di adattare la cura farmacologica a seconda del sesso, non sono ancora conclusivi. Pertanto, anche quando gli studi pre-clinici sulla teratogenicità del farmaco son tranquillizzanti, una donna incinta non dovrebbe assumere medicamento alcuno. Ma tutti sappiamo che così non è: un febbrone, una colica insopportabile, un grave reflusso gastro-esofageo (favorito dal pancione) saranno comunque trattati in qualche modo, anche se la donna è gravida. Ci sono inoltre farmaci di efficacia dichiarata solo per le donne (ad esempio, il procinetico prucalopride), ma si tratta di tutt’altra questione: in questo caso l’esclusione dei maschi dallo studio non c’entra, è solo che gli studi controllati (almeno fino ad ora) non documentano benefici terapeutici con tale procinetico nel sesso maschile. Una “curiosità” poco nota e indubbiamente sconcertante è la frequente esclusione esplicita degli omosessuali dalle sperimentazioni cliniche. Da un‘inchiesta USA risulta che in 37 di 243 trial relativi all’ insufficienza erettile era esplicitamente richiesta l’esclusione dei gay dallo studio. Più metodologicamente corretti e più “liberal” i pneumologi: nessuna discriminazione nel reclutamento dei gay  in più di 1000 trial riguardanti l’asma bronchiale.