Immaginiamoci se tre modesti collaboratori di questo giornale, hanno la presunzione di avere idee valide per risolvere prontamente l’angosciante e complicatissimo problema del terrorismo islamista in Europa o altrove. La questione è inevitabilmente complessa, ma forse sarebbe possibile non limitarsi solo a reazione emotive estemporanee e soffermarsi invece sulla constatazione di un fatto che è sotto gli occhi di tutti passando quasi inosservato. Lasciando che siano politologi e competenti specifici a dirci come e cosa fare al più presto, vorremmo in effetti insistere su di un aspetto regolarmente trascurato, o solo molto raramente sfiorato dai commentatori sui media, un silenzio che a noi sembra più che una spiacevole presa in giro (eufemismo elegante) una colpevole rimozione in buona o cattiva fede riguardante l’armamentario ricco, variegato e ultramoderno di cui dispongono i terroristi (mitra, bombe,  razzi,  blindati).  Non si sottolinea mai a sufficienza e con insistenza che sono circa una decina i Paesi che producono queste armi per cui mai nessuno è portato a chiedersi con forza chi sono coloro che vendono queste armi ai terroristi assassini. I vari servizi segreti, che i cittadini continuano giustamente a mantenere (quando non deviano), sono così sofisticati che se proprio vogliono sanno anche cosa abbiamo avuto nel piatto a cena stasera. Come mai allora non si esige che venga scoperta e poi resa nota la provenienza di queste armi? Se sono russe chi le produce è la Russia, se italiane o francesi l’Italia e la Francia e via dicendo. La fonte di queste armi e la tracciabilità del percorso con cui vengono contrabbandate e fatte pervenire ai fanatici dello Stato Islamico non dovrebbero essere un’impresa impossibile per l’intelligence europea, se ci fosse davvero la volontà di definire l’iter dalla produzione all’arrivo, con l’identificazione dei responsabili (dentro e/o fuori le istituzioni). In effetti, è più che un impressione che la difficoltà di un controllo sovranazionale di questo tipo non sia intrinseca, ma dipenda anche o soprattutto dal fatto che un tale commercio a qualcuno rende molti miliardi. “Nihil sub sole novum”: qualcuno di noi ha ricordato altre volte come i pellerossa “cattivi” attaccavano le carovane dei visi pallidi “buoni” con i fucili che altri bianchi avevano venduto ai “selvaggi” perché ammazzassero proprio altri visi pallidi. Ora contrabbandare droga afgana o colombiana può essere relativamente semplice, nei camion o nelle navi, nel doppio fondo delle vetture, nelle bambole, ma non è altrettanto facile vendere e trasportare merce ingombrante quale blindati, kalaschnicov, razzi, intere postazioni antiaeree. Chi si indigna in buona fede per le vittime innocenti di atti terroristici potrebbe riflettere che basterebbe persino controllare severamente la produzione di pallottole in ogni paese produttore di armi: senza munizioni sarebbero possibili solo degli attacchi assai meno sanguinosi “all’arma bianca”. Un cerbottana senza nulla dentro resta solo un tubo inoffensivo. Tutto qua. Per concludere, non rimarcare incessantemente che gli eccidi più efferati dei terroristi si fanno con le armi prodotte dagli stati che dichiarano di voler combattere il terrorismo, ci sembra un silenzio colpevole non frutto di distrazione, ma di convenienza di gente senza scrupoli, così potente da riuscire a restare nell’ombra, facendo aumentare gli scheletri che non mancano in molti armadi dei Paesi democratici. Documentare questo retroscena è evidentemente (quasi) impossibile (e costerebbe sicuramente caro, come il caso di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin drammaticamente dimostra!) e solo  ipotizzarlo, purtroppo, serve a ben poco. Soddisfa solo il sottile, inutile, velleitario proposito degli scriventi di segnalare che è possibile prendere per il sedere molti, ma non proprio tutti. Ben poca cosa. E,  comunque,  “Je suis Charlie! “

Sergio Camin, Giorgio Dobrilla, Ettore Frangipane