La “Morte cardiaca improvvisa” (MCI), già trattata anni fa, è un evento raro. Raro, ma non rarissimo se è vero, come riportano F. Vernuccio e collaboratori, che il rischio di MCI in atleti giovani è 2,5 volte maggiore rispetto ai non atleti. Due motivi per ritornarci: il recente decesso in gara di un rugbista appena tredicenne e l’ottima messa a punto sul tema dei succitati esperti anestesisti/rianimatori in “Recenti Progressi in Medicina”. Si definisce “Morte cardiaca improvvisa” in atleti il decesso che interviene entro un’ora dall’esordio dei sintomi insorti durante la gara, solitamente attribuibile a patologia cardiocircolatoria. Il danno cardiaco varia a seconda del tipo di sport,  della predisposizione genetica del soggetto e dell’età. Negli atleti con meno di 35 anni prevarrebbero cardiomiopatia ipertrofica, anomalie congenite delle coronarie e displasia aritmogena del ventricolo destro, mentre in quelli con più di 35 anni più frequente sarebbe l’infarto miocardico. Gli Autori concordano che la MCI si registra in atleti asintomatici clinicamente sani, ma proprio per questo ritengono che  la “visita sportiva” dovrebbe essere più approfondita in chi intende fare agonismo. Per legge dal 1982 la visita prevede l’anamnesi personale/familiare e l’ECG, ma ciò non è sempre sufficiente nonostante la normativa italiana sia più efficace di altre. Ad esempio, a 25 anni dalla introduzione della legge in atleti sottoposti a screening si sono registrati nel Veneto 55 casi di MCI contro i 265 casi in soggetti non sottoposti a visita sportiva. La riduzione del 89%delle MCI dovuta alla normativa risulta costante negli ultimi decenni. Le cifre assolute parlano ancora più chiaro: prima della legge l’incidenza di MCI era del 4,2/100mila/anno. Dopo l’introduzione della normativa l’incidenza è scesa nel 1982 al 2,4/100mila/anno e nel 1992 a 0,87 per 100 mila/anno Per questo l’Europa ha adottato analoghe linee guida in tutti i candidati ad attività agonistiche. È plausibile che un migliore approfondimento pre-agonistico auspicato da Vernuccio e coll. sia necessario in un sottogruppo di sportivi, ma l’algoritmo per la identificazione di questo gruppo non è standardizzato e uno screening troppo allargato risulterebbe costoso, poco praticabile e, per chi scrive, ridurrebbe fortemente l’attività sportiva dei veterani (seniores), per tanti altri aspetti benefica sotto il profilo igienico-sanitario. Il confine tra agonismo e sport amatoriale è del resto assai incerto. Almeno quando gioca a tennis, corre o va in bici – diceva un grande tennista mio concittadino – un “senior” non  mangia, non beve, non fuma e non gioca a carte. Inoltre, c’è pure chi insiste di avere il diritto di correre il  rischio che gli piace di più, impotente com’è a subirne altri (in primis il rischio inquinamento).