Festeggiamenti e riconoscimenti per la donna dell’8 marzo non mi convincono troppo se si propongono solo di durare un giorno, con rinvio al prossimo 8 marzo per regalare di nuovo un mazzetto di mimose. Allora mi sento di festeggiare la seconda metà del cielo in modo non formale, denunciando provocatoriamente quanto la donna, in certe parti del mondo, soffra, venga discriminata e fatta vergognare per “la colpa” di avere il ciclo mestruale. Invece che festeggiarle con gesti consueti, riprendo con piacere molti dei punti toccati nel sito www.healthdesk.it/cronache/le_mestruazioni_pi_dolorose a proposito della realtà vigente nelle zone rurali del Bangladesh o di altri paesi sottosviluppati o nei campi profughi o negli slums di ogni dove. In queste situazioni indecenti –dice l’articolista Alice Pace- “per molte donne del Mondo una manciata di paglia, alcune foglie, qualche pagina di giornale, persino la segatura, la sabbia, la cenere, o addirittura il fango, possono diventare un assorbente.” Al primo ciclo, in quelle condizioni, le giovani nulla sanno neanche dalla madre di cosa sta avvenendo nel proprio corpo e percepiscono solo che si tratta di un argomento tabù. In molte regioni, anche in India antica civiltà (?),“quel sangue” è comunque visto come qualcosa di sporco o un segno di malattia, ciò che condiziona gravemente la psiche della giovane. In effetti, se la ragazza vive il ciclo in condizioni igieniche indescrivibili può veramente andare incontro a malattie che ne possono compromettere la fertilità. Manuela d’Andrea, responsabile di “Terre des Hommes” (organizzazione che si occupa della difesa dei diritti dei bambini nei paesi in via di sviluppo) conferma inoltre che l’infertilità è più che un onta perché in quelle aree una donna che non può avere bambini è una donna che viene disprezzata ed emarginata. Le donne  mestruate spesso sono bandite pure dai luoghi sacri e persino dalla cucina in quanto impure e intoccabili, da confinare persino in recinti destinati agli animali. Educazione e informazione adeguate sarebbero soluzioni civili e intelligenti, ma nelle zone suddette la scuola non c’è o viene ostacolata e abbandonata, mancano consultori o altre strutture adeguate. I rapporti sociali per queste ragazze impure sono sostituiti inevitabilmente da solitudine. Esistono progetti della comunità internazionale  o di ONG intenzionate a spiegare il significato tutt’altro che vergognoso del ciclo, le quali distribuiscono pure assorbenti, avviano progetti per produrli a basso costo, favoriscono la costruzione di latrine o di ambienti dove la donna che sente di “perdere sangue” può appartarsi per arrangiarsi in qualche modo e cercano infine di spiegare ai Governi di quei Paesi l’importanza della dignità della donna e della sua salute riproduttiva. Ma tali iniziative non entusiasmano governi spesso corrotti e hanno scarso impatto nelle baraccopoli.

L’articolista segnala naturalmente la grande diversità con la quale vien vista la donna che ha le mestruazioni nei Paesi ricchi del mondo e come essa stessa si percepisce, a partire dal menarca. Opportunamente, Alice Pace ricorda a una donna del ricco Nord le concrete facilities di cui gode: ”In qualsiasi supermercato a Roma, New York, Londra o Los Angeles avrai una mezza corsia tutta per te, fatta di pacchetti colorati con dentro assorbenti o tamponi interni di ogni forma e dimensione.” Eppure anche questa donna emancipata è a disagio se si macchia di sangue in ufficio e, se deve usare o cambiare l’assorbente in un luogo pubblico, se lo nasconde bene “per pudore e discrezione”. Stesso imbarazzo in aeroporto se chi controlla la sua valigia fa scivolare davanti a tutti dei tamponi da un contenitore discreto. “Perché invece -conclude l’articolo di Healthdesk- non si può parlare liberamente di quello che è il corpo femminile, lanciando un segno di apertura anche in nome delle realtà dove essere donna mestruata significa proteggersi dalla vergogna con degli stracci mal lavati?” L’auspicio permanente, dunque,  in occasione dell’8 marzo, è che anche l’odiosa discriminazione e l’inaccettabile dispregio delle donne “in quei giorni” possa estinguersi grazie a un concreto intervento dei Paesi civili (?) sui governi di quelle aree che spesso sono interessanti partner commerciali. Ma le mestruazioni non sono petrolio e l’ottimismo di chi scrive è piuttosto flebile.