Dire che il fumo fa male è così scontato che quasi annoia chi ne continua a parlare e infastidisce sempre chi fuma. Insistere sulla necessità di smettere non dovrebbe però indispettire se si considera che i fumatori vivono 10-20 anni meno dei non fumatori. Non sono dunque pleonastici uno studio USA dal titolo eloquente “Smoking and Mortality-Bejond Established Causes” (Fumo e mortalità – Al di là delle cause [già] accertate) e il relativo editoriale di commento, pubblicati sul New England Journal of Medicine del 12/2/2015. Da essi risulta che in USA le morti causate dal fumo sono 480 mila/anno, correlate con 21 malattie ben note che rendono però ragione solo del 83% dei decessi, a significare che c’è un 17% di morti causate da malattie fino ad ora non attribuite al fumo. Un’ associazione tra queste ultime e il tabacco esiste suggerendo che i rischi del fumo sono ancor maggiori del previsto. Ricordando ai lettori non esperti nello specifico che “rischio relativo” (RR) esprime la probabilità (non la certezza!) di sviluppare una malattia se esposti a una certa condizione (il fumo nel nostro caso), risulterebbe che in chi fuma il RR di decesso per cancro del seno aumenta del 30% e quello per tumore della prostata del 40%. Pure il RR di morte per ischemia intestinale è maggiore di 6 volte, e quello per insufficienza renale, cardiopatia ipertensiva e pneumopatie poco comuni è doppio o più del doppio. Anche il RR per tumori rari o di origine sconosciuta cresce di 3 volte. Oltre ai già citati 480 mila decessi all’anno, altre 60 mila morti sarebbero pertanto attribuibili a patologie un tempo non sospettate di essere fumo-correlate. In più occasioni si è ricordato per altro che “associazione” non significa automaticamente “correlazione”, ma la sola possibilità che una tale equazione concretamente sussista impone che il legame venga definito al meglio, ciò che lo studio del NEJM ha cercato di fare. Nonostante l’oggettiva riduzione del consumo di sigarette nel mondo dal 1960, il 20% di persone adulte negli USA (pari a 42 milioni) continua a fumare e, proprio a causa della patologia di cui sfuggiva un legame diretto col fumo, il numero dei decessi fumo-indotti è da ritenersi sottostimato. Anche nei fumatori deceduti per le patologie un tempo non attribuite al fumo esiste un rapporto diretto tra numero complessivo di sigarette fumate e incidenza di cancro. Solo per il cancro della prostata una rapporto numero/mortalità non è dimostrato, benché il rischio nei fumatori che hanno smesso risulti diminuito in proporzione al numero di anni di sospensione del fumo. E se l’“Homo sapiens”, invece di comprare un pacchetto di sigarette che avvisa esplicitamente dei danni da esse prodotti, dirottasse i propri soldi a organizzazioni che lottano contro le malattie o la fame nel mondo?