Oxfam (Oxford Committee for Famine Relief) è la confederazione di 17 organizzazioni non governative multinazionali, con 3 mila partner locali dislocati in 90 Paesi per combattere carestie e ingiustizia sociale. Al World Economic Forum 2015 a Davos, Oxfam ha presentato un rapporto da pelle d’oca. Se non si corre ai ripari, entro il 2016 il 50% della ricchezza sarà nelle mani dell’1% della popolazione mondiale. Ma cosa c’entrano tali dati in una rubrica di medicina? C’entrano  perché una diseguaglianza sociale così vistosa ha profonde ricadute sulla salute in genere e, in particolare, su quella di alcune popolazioni. La fame e il dramma delle malattie e della mancanza di cure nelle aree più povere non è certo una novità, ma stranamente non si pensa alla impossibilità di erogare in questi paesi cure chirurgiche, interventi anche molto semplici. Ce lo sottolinea invece opportunamente il sito Healthdesk del 30/4/20125 con un pezzo dal titolo inequivocabile: “Per cinque miliardi di persone (su una popolazione mondiale nel 2015 di 7 miliardi) la chirurgia è un miraggio”. La rivista “Lancet” scrive: “Troppe persone stanno morendo per patologie comuni e facilmente trattabili chirurgicamente, come un’appendicite, una frattura, un parto cesareo”. Ciò è dovuto alla mancanza di strutture minimamente affidabili o, quando raramente presenti, a costi elevati non affrontabili da 9 su 10 pazienti dei Paesi africani e del Sudest asiatico. Dei 300 milioni circa di operazioni chirurgiche effettuate ogni anno nel mondo solo una su 20 e attuata nei 100 Paesi più poveri per cui “mancherebbero all’appello” circa  140 milioni di interventi. E i chirurghi? La loro eterogenea concentrazione la dice lunga: 35 specialisti per 100 mila abitanti in Paesi ricchi (USA, GB, Sudafrica et al) versus 1,7 nel Bangladesh e 0,1 per 100 mila nella Sierra Leone. Nel 2010 ben 17 milioni, un terzo di tutti i decessi, è risultato attribuibile a malattie curabili chirurgicamente, un numero che supera quello delle morti provocate da AIDS, malaria e tubercolosi messe insieme (e pur esse volentieri…dimenticate). Il Direttore del King’s Centre for Global Health di Londra afferma che “La comunità internazionale non può ignorare questo problema destinato ad aumentare nei prossimi decenni, quando molti di questi Paesi affronteranno tassi crescenti di cancro, malattie cardiovascolari e incidenti stradali”. Si stima che per ottenere entro il 2030 livelli accettabili di accesso alla chirurgia nei Paesi poveri servirebbero 400 miliardi di dollari: scevri da buonismo deamicisiano, e anzi preoccupati egoisticamente delle conseguenze di tali diseguaglianze (migrazioni incluse), questo ci sembra un costo accessibile a meno che gli Stati non abbiano una visione del tutto miope del nostro futuro prossimo. E temo che così sia