Da anni si ammette l’esistenza di una relazione tra ipertensione e incidenza di infarto miocardico. Se ridurre la pressione diminuisce il rischio cardiaco, bisogna porsi pure il quesito se anche un calo pressorio eccessivo non possa produrre conseguenze sfavorevoli (insufficiente irrorazione sanguigna). E poiché l’ipertensione viene correlata con l’abuso di sale, ci si è anche chiesti se un introito salino troppo scarso non possa anch’esso essere controproducente. Definire oggettivamente il confine tra, “troppo sale” e “poco sale” non è però semplicissimo. Testimonianza delle diverse idee al riguardo è il dibattito sul NEJM di novembre, riunito sotto il titolo “Sodium and Cardiovascular Disease”, in cui c’è chi critica e chi condivide uno studio clinico controcorrente del Dr. O’Donnell, pubblicato un mese prima. Donnell ricorda intanto pregiudizialmente che la popolazione generale consuma in media dai 3 ai 6 g di sodio al giorno (pari a 7-15 grammi di sale da cucina), mentre le linee guida suggerirebbero invece un introito giornaliero di sodio oscillante tra 1,5 e 2,4. Gli studi circa la correlazione tra poco sodio e calo di pressione sono poi di tipo osservazionale retrospettivo (di per sé più fragili) e non derivano da studi sperimentali randomizzati (molto più “forti”). Ci sono pure altri studi osservazionali ma prospettici (“studi di coorte”), che negano ogni associazione tra introito di sodio, cardiopatie e decessi. Infine, non mancano studi clinici che suggeriscono come un consumo di meno di 3 grammi al giorno aumenti il rischio di cardiopatia e morte rispetto a soggetti con introito salino medio. Altro elemento confondente è che molte ricerche sul rapporto sodio-ipertensione, hanno riguardato soggetti già cardiopatici e quindi non rappresentativi della popolazione generale non cardiopatica. O’ Donnell e colleghi, correlando l’escrezione urinaria di sodio e potassio con l’eventuale patologia e mortalità cardiovascolare in un totale di ben 192.945 pazienti reclutati in 17 paesi, riporta che il rischio più basso di danno e morte cardiaca risulta registrabile nei pazienti con introito di sodio compreso tra 3 e 6 grammi al giorno (quantità ben maggior di quella suggerita dalle linee guida). Solo al di sopra di tale limite il rischio cardiovascolare aumenta, e solo in soggetti già ipertesi. Al di sotto dei 3 g/die, il rischio sembra prescindere dall’impatto sulla pressione arteriosa. Risultati questi alquanto diversi da quelli citati nella mia rubrica di aprile, che fotografava la revisione del British Medical Journal di 9862 pubblicazioni (ma solo 56 degli studi risultavano attendibili!) relative ai rapporti sale-pressione La verità scientifica non è mai semplice. Meglio i fatti delle ipotesi e grande rispetto per il vecchio adagio “in medio stat virtus”.