1. In Occidente la popolazione è informata da anni dell’utilità di una mammografia periodica che consenta la diagnosi precoce di un cancro del seno tumore in prima fila tra quelli maligni del sesso femminile (50mila nuovi casi all’anno in Italia). Per definizione lo “screening” viene raccomandato a donne sane asintomatiche. A rischio maggiore sono soprattutto le donne di età tra 50 e 60 anni e , ancor più, quelle dopo i 60 e i 70 anni. In donne con casi di cancro del seno in ambito familiare lo screening sarà personalizzato e, se necessario, arricchito di un test genetico mirato a  individuare eventuali mutazioni di due geni (chiamati BRCA 1 e BRCA2). Tali mutazioni sono responsabili del 75%  dei cancri del seno ereditari che per altro sono una minoranza (meno del 10%). Le donne portatrici di queste mutazioni sono a rischio di sviluppare un cancro mammario in più del 50%-60% dei casi e pure di una neoplasia ovarica nel 20-40% dei casi, se è mutato solo il BRCA1 (o del 10-20% se è mutato il BRCA2). Una diagnosi precoce favorisce una terapia chirurgica circoscritta (quadrantectomia), meno demolitiva ma altrettanto efficace di una mastectomia. Naturalmente, lo screening mammografico comporta un aumento del numero di tali esami con conseguente inevitabile rischio di sovra-diagnosi (vale a dire di aumento di “falsi positivi”, suggestivi di un tumore che non c’è) e quindi di interventi chirurgici in donne che il cancro non ce l’hanno (“overtreatment”). Tale rischio dovrebbe esser fatto presente con chiarezza alle donne invitate allo screening. Naturalmente, non si può non considerare pure il costo complessivo di una prevenzione a tappeto (ma questo vale per ogni screnning, ad esempio quello con la colonsopia in soggetti a rischio medio di cancro colorettale). Infatti, se una mammografia costasse un miliardo, è chiaro che  lo screening non sarebbe sostenibile e riguarderebbe solo mogli e amanti di pochi tycoon occidentali o dagli occhi a mandorla. E così dicasi per i costi dell’ecografia e della risonanza magnetica che soprattutto nelle donne sotto i 40 anni, potrebbe essere opportuno associare alla mammografia.

2. Non mancano certo riserve ragionevoli e autorevoli sulla utilità dello screening mammografico. (http://www.cochrane.org/CD001877/BREASTCA_screening-for-breast-cancer-with-mammography), proprio a causa della percentuale di falsi positivi e delle conseguenze dell’overtreatment, per cui alcuni Paesi come la Svizzera sono tiepidi nel raccomandare attivamente la mammografia. Altri studi, tuttavia, riportano che la mortalità in donne che aderiscono allo screening sarebbe ridotta del 20-40%, una riduzione significativa che si commenta da sé. Tuttavia, la giornalista Roberta Villa sottolinea opportunamente come non manchino posizioni contrastanti anche tra le società scientifiche. Negli Stati Uniti, per esempio, l’American Cancer Society raccomanda a tutte le donne di cominciare a fare una mammografia ogni anno a partire dai 40 anni, mentre la Task Force dei US Preventive Services raccomanda la mammografia ogni due anni solo nelle donne di età compresa tra 50 e i 75 anni. Dopo i 75 anni il rapporto benefici/rischi è ritenuto ancora sub judice. Deve essere ben chiaro, comunque, che la mammografia garantisce una diagnosi precoce (che non è poco!), ma non influisce sulla probabilità individuale di una donna di ammalare di cancro del seno come invece, almeno secondo un’interessante inchiesta condotta in Trentino, il 70% delle donne  erroneamente ritiene.

3. Beppe Grillo giorni fa ha sollevato scalpore mediatico e forti critiche ad alcune dichiarazioni negative sull’oncologo Veronesi e sulle mammografie. Io, che non sono targato 5 stelle e che viaggio in auto senza  targa alcuna, mi ergo questa volta a suo difensore. Penso infatti sinceramente che egli non volesse sdrammatizzare l’importanza della mammografia, ma solo sollevare la questione più generale che non poche sollecitazioni di varia indole in medicina nascondono interessi consistenti che non riguardano certo i pazienti. Qui Grillo ha sicuramente ragione. Sarebbe comunque auspicabile per tutti i politici, e non solo per lui (che già in precedenza ha “peccato” parlando di AIDS), un linguaggio più prudente quando si tratta di cose che non si conoscono, alimentando il rischio  di essere frainteso in buona o cattiva fede. Unicuique suum.