Già nel 2007 abbiamo trattato su questo giornale alcuni aspetti strettamente medici correlati con l’uso della “marijuana” o “cannabis” (ma esistono molti altri nomi: hashish, charas, bhang, ganja, dagga), ricordando che in terapia si usano solo i cannabinoidi derivati dalla variante THC della pianta Cannabis sativa. Auspicavamo allora che la marijuana fosse liberalizzata a fini terapeutici senza costo alcuno per i pazienti. Oggi la cannabis torna in prima pagina per la proposta dell’On. Della Vedova, sottosegretario agli Esteri, affinché essa venga liberalizzata/regolamentata, “almeno alla pari di quanto avviene per alcolici e sigarette”. Sotto il profilo medico conviene ribadire che la cannabis è realmente efficace nel controllare il dolore neuropatico (originato cioè per patologia delle stesse fibre nervose) dei malati di sclerosi multipla e più in generale il dolore neoplastico, come pure la nausea e il vomito nei pazienti tumorali in chemioterapia. A conferma che i cannabinoidi siano “molto adatti” ad un uso terapeutico concorre pure una considerazione che definirei “teleologica”, derivante dalla scoperta nel nostro cervello di zone ricche di recettori predisposti a rispondere ai cannabinoidi endogeni, una sorta di  marijuana (chimicamente diversa) fatta in casa, prodotta cioè dal nostro stesso sistema nervoso.  Questi recettori già “allenati” a reagire ai cannabinoidi endogeni sembrano lanciare il seguente messaggio ai medici: “Non siamo qui per niente: approfittate quindi di noi quando dolore, nausea, vomito sono insopportabili e l’azione degli antidolorifici e antinausea classici non sono più sufficienti”.

La cannabis è ora al centro dell’attenzione per l’abuso crescente che se ne fa, per i pericoli immediati e a distanza specie nei giovani (con cervello in formazione) e per evidente interesse della criminalità organizzata a espandere ulteriormente il mercato delle droghe. Nonostante in passato la politica sia stata spesso divisa su temi sociosanitari, questa volta la proposta di Della Vedova – e ben lo riporta tra gli altri Alessanfra Arachi sul Corriere- ha ricevuto consensi piuttosto trasversali, con l’adesione di 218 parlamentari (PD, SEL, e, Movimento 5 Stelle, ma anche di parte di Forza Italia e di Forza Civica), un’adesione largamente bipartisan (salvo eccezioni, in primis di Salvini, Giovanardi, Lupi, Gasparri e Meloni, tutti decisamente contrari). Secondo i fautori del progetto di legge la legalizzazione della marijuana sarebbe un’efficace lotta contro le mafie operanti del settore stupefacenti, anche alla luce dell’inutilità del proibizionismo già verificata in altri settori. Secondo gli oppositori, liberalizzare la cannabis, comporterebbe invece un aumento dei danni psicosomatici soprattutto nei giovani e favorirebbe il ricorso (non provato per altro) a droghe più pesanti. Di nuovo in ottica medica, il noto immunologo Giuseppe Remuzzi segnala che 1 su 6 adolescenti corre di fatto il rischio di assuefarsi alla marijuana e che coloro che ne fanno uso frequentemente sono pure più vulnerabili ai sintomi di astinenza (ansia, irritabilità, disturbi del sonno). Nell’adolescente che ha fumato il rischio riguarda in particolare la guida di scooter, come comprovato dagli incidenti provocati che nei fumatori risultano aumentati di 3-7 volte. Contrario alla liberalizzazione anche Umberto Tirelli, Direttore del Centro di Riferimento Oncologico di Aviano, il quale sottolinea inoltre che lo spinello è passato dal 5% di principio attivo presente negli anni ‘70 al 50-80% di oggi. Insomma, dall’uso terapeutico dei cannabinoidi, che è fuori discussione, l’interesse ha traslocato in ambito sociopolitico, dove per altro molta gente che parla di mariyuana sa poco di farmacologia, e di eventuali vantaggi e rischi per la salute, immediati e a distanza. Non è ben chiaro comunque in qual misura si potrebbe coltivare lecitamente qualche pianta di cannabis in casa o se saranno ammessi dei club ristretti di fumatori. Insomma, “legalizzare” è una parola vaga e insufficiente se non si definiscono meglio i pro e i contro con l’aiuto di consulenti competenti e indipendenti. È auspicabile pertanto che la regolamentazione non consenta zone d’ombra interpretative, come spesso avviene.