Sono comprensibili le preoccupazioni di medici e cittadini circa la possibile riduzione della spesa sanitaria. Par di capire che i risparmi andrebbero realizzati standardizzando soprattutto le spese nelle diverse regioni e limitando le richieste “inappropriate” dei medici di medicina generale (MMG), i quali prescriverebbero troppi esami immotivati sia strumentali (il 40 % degli esami radiologici -in primis RM e TAC- sarebbe inappropriato per C. Bibbolino, segretario del Sindacato nazionale area radiologica) che di laboratorio. Nessuno è perfetto e i medici non fanno eccezione, per cui non si può escludere che una quota delle loro richieste sia ingiustificata, ma è anche vero che i MMG devono pure tener conto di ciò che Cornaglia Ferraris scriveva un paio d’anni fa: “Se prescrivo un esame in più nessuno mi dirà nulla. Per uno in meno, invece, il rischio d’essere denunciato diventa una quasi certezza. Dunque prescrivo tutto, anche se so che non serve”. Questo timore è una delle cause della “medicina difensiva” che da noi non ha fortunatamente le dimensioni vigenti in altri Paesi. A tale fenomeno concorrono anche non pochi pazienti pseudo-informati o influenzati da ciò cha hanno trovato in rete, i quali sempre di più insistono per ottenere prestazioni immotivate e magari rischiose (ad esempio, una TAC addominale non necessaria espone inutilmente a un rischio radiologico pari a quello di centinaia di radiografie del torace). Se il MMG non li accontenta, i pazienti ritengono di essere privati di un loro diritto e il rifiuto incrina il rapporto medico-paziente tra l’altro non sempre ottimale. L’idea del risparmio in Sanità è buona cosa, ma le difficoltà certo non mancano. Intanto, se è giusto chiedere ai MMG di giustificare le proprie prescrizioni, c’è pure da chiedersi chi saranno i controllori preposti a verificarne le indicazioni e chi controllerà poi l’appropriatezza di giudizio dei controllori. In secondo luogo, ma non meno importante, è sempre il rapporto medico-paziente che va assolutamente tutelato. Crediamo doveroso al riguardo ricordare la definizione di salute data dall’OMS: “Uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o infermità”. Ciò comporta il seguente dilemma: la richiesta da parte di un MMG di esami in apparenza inappropriati e ciononostante prescritti per obbligo che il medico ha di tranquillizzare un paziente che vive nel terrore di patologia oggettivamente inesistente, sarà egualmente da considerarsi ingiustificata e sanzionabile? Ancora, come dovrà regolarsi il MMG se uno specialista ospedaliero suggerirà al paziente degli accertamenti che però sarà lui a dover prescrivere? Chi risponderà della eventuale inappropriatezza? In ogni modo, per limitare le conseguenze negative che il rifiuto di prescrizione avrebbe sul rapporto medico-paziente (un caposaldo della “good clinical practice”!) sarebbe necessario che il MMG avesse maggior tempo da dedicare al paziente per spiegargli perché è bene evitare esami inutili. Purtroppo, ai MMG e a quelli ospedalieri (con discutibili eccezioni) viene di continuo richiesto di ridurre il tempo di una visita o di un esame. Naturalmente, risparmiare conservando una Sanità di livello senza che soprattutto le fasce meno agiate ci rimettano, non è di facile soluzione. Sembrerebbe comunque doveroso che ogni iniziativa di politica sanitaria nascesse da un confronto leale Governo-Regioni con il concorso almeno consultivo dei medici stessi, i quali al contrario spesso non sono coinvolti. L’“esame giusto, al paziente giusto e nel momento giusto“, ai fini di risparmiare senza conseguenze per i cittadini, potrebbe forse essere dunque facilitato da gruppi di lavoro che non escludano a priori i medici (ospedalieri e non) dalla normativa. Solo se responsabilizzati, convinti e non solo “controllati”, essi potrebbero dare un contributo significativo. Probabilmente i medici collaborerebbero meglio pure se la meritocrazia nelle scelte politico-sanitarie (riguardanti anche gli amministratori!) fosse un parametro rispettato. Infine, resta aperta la questione se alcune fasce sociali privilegiate non dovrebbero concorrere in qualche modo alla spesa sanitaria, rinunciando all’esenzione totale, ma questo è un discorso squisitamente politico sul quale il disaccordo è da considerarsi scontato.