I grassi circolanti da tenere d’occhio in medicina (senza però drammatizzare!) sono il colesterolo totale, il colesterolo “buono” (HDL- sigla che sta per lipoproteine a alta densità), quello “cattivo” (LDL -lipoproteine a bassa densità) e i grassi neutri (trigliceridi). In realtà, le LDL sono non “cattive” ma essenziali per far giungere il colesterolo dentro gli epatociti. Solo se presenti nel sangue in eccesso (in primis per cause genetiche e poi alimentari) le LDL possono infiltrare le pareti dei vasi favorendo così l’arteriosclerosi. A regolarne la concentrazione ci pensano dei “recettori” posti alla superficie delle cellule epatiche, deputati proprio a rimuovere dal sangue le LDL in eccesso. E qui si innesta una scoperta che ha già 10 anni, ma che solo oggi sembra tradursi in ricadute importanti nella terapia delle ipercolesterolemie (in particolare di quella “familiare”). È così affascinante il meccanismo di questa innovazione che, pur complesso, merita di essere illustrato anche ai lettori non medici. Un decennio fa si era scoperta una proteina chiamata PCSK9 capace di disattivare i suddetti recettori epatocitari, rendendoli di fatto incapaci di captare dal circolo le LDL in eccesso. Nasceva da qui la ricerca atta a individuare un anticorpo monoclonale umano in grado di inibire la PCSK9, perché ciò avrebbe a sua volta impedito l’inattivazione dei recettori, consentendo loro di continuare a captare il colesterolo “cattivo”, dal sangue e di introdurlo negli epatociti. Già nel 2014, al congresso della Società Europea di Cardiologia, veniva confermata l’esistenza di nuovi farmaci specificamente capaci di inibire la proteina PCSK9 e in luglio 2015 la Commissione Europea ha autorizzato l’ammissione in commercio (prevista tra 1 anno circa) di uno di questi medicinali, l’Evolocumab. Tale farmaco è approvato per la cura dell’ipercolesterolemia familiare o delle dislipidemie cratterizzate da alti valori delle LDL, specie in soggetti refrattari ad altre terapie (statine, fibrati, acido nicotinico) per abbassare i “grassi nel sangue”. Con una iniezione di 140 mg ogni 2 settimane, o un’ unica iniezione sottocute di 420 mg una volta al mese, si è ottenuta in diversi studi clinici una riduzione dei livelli di LDL maggiore del 55-75% rispetto al placebo e del 35-45% rispetto all’ezetimibe (farmaco che inibisce l’assorbimento intestinale del colesterolo assunto con gli alimenti e/o presente nella bile). Questo progresso è di grande interesse, ma non deve ovviamente far dimenticare che dieta e movimento fisico restano comunque i cardini nella lotta contro le dislipidemie e per la prevenzione della malattie cardiovascolari che, per quanto concerne il costo sociosanitario, solo nel 2014 hanno generato una spesa pari a 18,3 miliardi di euro (l’11% della spesa sanitaria complessiva).