In giugno 2015 in un articolo sulla rivista PLOSone il Dr. N.H. Shah ha creato un certo allarme suggerendo un rapporto tra uso di IPP (“inibitori di pompa protonica”, cioè i vari -prazoli), erroneamente chiamati “gastroprotettori”, e rischio di infarto. Tale rischio esisterebbe non solo nei già coronaropatici, ma anche nella popolazione generale. Allarme non da poco se pensiamo che le prescrizioni di IPP sono più di 100 milioni/anno, cui vanno aggiunti altri 13 milioni di acquisti senza prescrizione (“farmaci da banco”), con vendite che negli USA hanno superato nel 2009 quelle per ogni altro farmaco. Lo studio si è basato su 16 milioni di documenti (fonti multiple) relativi a 2,9 milioni di soggetti in cura con IPP per reflusso gastro-esofageo. Una perplessità immediata nasce dal fatto che gli IPP inibiscono selettivamente l’enzima H+K+ATPasi delle cellule parietali presenti nelle ghiandole dello stomaco, le uniche deputate a secernere acido cloridrico necessario, tra l’altro, all’attivazione degli IPP (esse producono pure il “fattore intrinseco” necessario all’assorbimento della vit B12). E dunque gli eventuali effetti sul cuore non potrebbero che essere “indiretti”. Nei pazienti già coronaropatici gli IPP potrebbero (se pure in diverso grado) inceppare l’effetto di antiaggreganti piastrinici (clopidogrel) che sono metabolizzati dal sistema enzimatico epatico (noto agli esperti come P-450), in quanto esso “è già occupato” dagli IPP. Tuttavia, rischio analogo il Dr. Shah lo registra anche in trattati con antiaggreganti non degradati dal P-450. L’Autore escluderebbe d’altronde una conseguenza dell’ipoacidità, in quanto un rischio cardiaco simile non si osserverebbe con gli H2-antagonisti (cimetidina, ranitidina e analoghi), che pure inibiscono la secrezione acida (ma in misura minore). Altre riserve, alcune riconosciute dagli stessi autori, sono il carattere sostanzialmente osservazionale dello studio e il rischio che la correlazione IPP-infarto sia in effetti “un falso positivo”. Per questo essi stessi raccomandano studi prospettici al riguardo su una casistica che dovrebbe essere non inferiore ai 4000 soggetti (improbabile, costi enormi!). D’altronde, la mia percezione (“voce” che riconosco discutibile) è che al numero elevatissimo di soggetti IPP-trattati non corrisponda un evidente aumento di infarti nella pratica medica. Personalmente, come siamo contrari agli entusiasmi frettolosi per nuove cure, lo siamo pure per annunci allarmistici come quelli che scaturiscono, ancorché non voluti, dal lavoro del Dr. Shah, al momento ancora sub judice. L’allarme potrebbe limitare l’uso di IPP in chi ne avesse bisogno. Naturalmente siamo più che contrari alle prescrizioni inappropriate di IPP, gradite alle aziende produttrici ma dannose alla sanità pubblica cui si chiede risparmiare.