ANEURISMA DELL’AORTA ADDOMINALE: INTERVENTO ENDOVASCOLARE O PER VIA APERTA? (15 settembre 2015)
Set 16L’aumento della vita media garantisce innegabili vantaggi ma non è senza costi. I costi sono le quotidiane magagne, magari non gravi, che giustificano il vecchio adagio ”ogni giorno ha la sua pena”. Mal di schiena, disturbi digestivi, pancia irregolare e via dicendo. Ma ci sono anche patologie più serie che aumentano con il crescere dell’età e tra queste l’aneurisma aortico, specie in fumatori e ipertesi. L’aneurisma è qualcosa di più di un ectasia (lieve dilatazione), è uno sfiancamento a palla della parete vasale che rende irregolare il calibro dell’aorta addominale. La rottura di un aneurisma, che può a lungo risultare asintomatico, è un evento inesorabilmente letale se non si interviene prontamente e se non c’è un centro di chirurgia vascolare adeguato nelle vicinanze. È opportuna, dunque, una correzione preventiva che va fatta quando l’aneurisma supera i 5 cm (in questo caso possono talora affiorare dei sintomi, quali dolore addominale, pulsazione in area periombelicale). Da studi clinici precedenti si evince che la riparazione dell’aneurisma per via endovascolare (attuata con catetere inserito in un’arteria femorale) fa diminuire la morbilità e la mortalità perioperatoria (registrabile cioè a breve distanza dell’intervento) se comparate a quanto si registra con la correzione per via aperta. Tuttavia, restava da valutare meglio la superiorità dell’intervento per via endovascolare in termini di sopravvivenza e rischio di rottura nel lungo periodo e di necessità di re-intervento. Per rispondere a tali quesiti ci ha pensato una policentrica coordinata dall’Università di Harvard in cui si sono confrontati 2 gruppi comparabili di quasi 40 mila pazienti ciascuno operati tra il 2001 e il 2008, uno per via aperta e l’altro per via endovascolare. I risultati meritano di essere ricordati e sintetizzati. Lo studio di Harvard conferma anzitutto che la mortalità perioperatoria e il numero di complicazioni in pazienti trattati per via endovascolare sono minori rispetto ai pazienti operati per via aperta. Al contrario i re-interventi nei post-operati risultano più numerosi nei soggetti che hanno subito una riparazione endovascolare dell’aneurisma, controbilanciati per altro da un maggior numero di complicazioni conseguenti alla laparotomia inevitabile negli operati per via aperta. La mortalità a lungo termine, mostra di essere simile nei due gruppi di trattamento chirurgico e merita anche di essere meglio quantificata nel lungo periodo negli operati per via endovascolare pure la rottura dell’aneurisma. Per chi scrive, maggiore attenzione doveva riservare il commento a questo ampio studio per quanto attiene alla qualità del chirurgo e alla attenta selezione del paziente, elementi entrambi di concreta importanza. Accontentiamoci che in regione siamo messi piuttosto bene.