Diversamente che nel tipo 1, nel diabete mellito di tipo 2, non c’è carenza di insulina ma questo ormone incontra delle “resistenze” a fare utilizzare il glucosio dai vari organi e tessuti periferici. Plausibile ma non ancora ben definito è se le cure antidiabete efficaci sui sintomi, in primis polifagia, polidipsia e poliuria (spesso per altro assenti/sfumati nel diabete di tipo 2), siano in grado di ridurre concretamente le complicazioni e la mortalità sia complessiva (cioè per ogni causa) che specifica, ossia correlata con la cardiovasculopatia e nefropatia diabetica. Quanto al tipo 2, uno studio osservazionale retrospettivo svedese su 400 mila diabetici, confrontati con 32 milioni di soggetti sani comparabili per età, dimostra che la mortalità in questi pazienti è alquanto variabile a seconda soprattutto dell’età, di affezioni concomitanti, specie di danno renale e, ovviamente, dell’efficacia del controllo dell’iperglicemia. Nei pazienti di età superiore ai 75 anni il rischio di morte risulta sensibilmente diminuito grazie alla cura, allineandosi a quello della popolazione non diabetica di pari età. Sempre nei diabetici di tipo 2 tra 65 e 75 anni, con emoglobina glicata inferiore a 6,9% e funzione renale nei limiti (desunta dall’albuminuria normale) il rischio è persino minore di quello registrabile nella popolazione sana o negli ultrasettantacinquenni anche con emoglobina glicata di 7,8%. Al contrario, nei diabetici con meno di 55 anni il rischio di morte rispetto ai controlli sani aumenta significativamente. Tale rilievo è sconcertante perché proprio questo sottogruppo di diabetici più giovani si cura per la pressione alta e per la dislipidemia (frequentemente associate) 8 volte più spesso rispetto a ipertesi e dislipidemici non diabetici. Secondo lo studio svedese ciò indica che un controllo anche stretto della pressione, con conseguente tutela della funzione renale (facilmente compromessa se la pressione è cronicamente elevata), e della ipercolesterolemia “non sono sufficienti a ridurre la mortalità”. Efficaci nel ridurne invece l’eccesso risultano la cessazione del fumo e l’aumento del movimento. Per gli svedesi è il danno renale il “fattore aggiunto” più pericoloso specie nei diabetici con meno di 55 anni, responsabile di un eccesso di mortalità 15 volte maggiore. Un buon controllo dell’iperglicemia (pre-requisito della nefropatia diabetica) è dunque altamente auspicabile e da iniziarsi il prima possibile. Insomma, la mortalità nei diabetici di tipo 2 è complessivamente in calo a dimostrazione dell’efficacia di un trattamento appropriato, ma non nei pazienti sotto i 55 anni che pur si curano diligentemente. E il caso dunque di raccomandare specie a questi giovani diabetici obesi di tipo 2 di “darsi una mossa” (fisica, non in senso figurato!). Almeno a partire dal 2016.