Il nostro Paese eccelle per alcuni primati negativi, in parte reali e in parte dipendenti da congenita tendenza all’autolesionismo. Ci riteniamo ad esempio primi in Europa per corruzione ma, dopo l’affaire Volkswagen, c’è da chiedersi se è davvero così. Al contrario i dati positivi (fortuiti o meno) sono meno gettonati. A riprova, pochi sanno che subito dopo i giapponesi gli italiani sono la popolazione che vive più a lungo e con una qualità di vita accettabile. Anche la nostra sanità pubblica, nonostante carenze e incongruenze anche da poco ricordate, è ancora tra le migliori in Europa. Enfatizzato da noi meno di quanto meriterebbe è pure il nostro primato riguardante l’obesità della popolazione. Tra i Paesi occidentali sono gli Stati Uniti a primeggiare quanto a numero di “grassoni”, ma pure l’Europa non scherza. Fortunatamente in Italia, dai dati Istat 2015 diffusi da Coldiretti, si ricava che la percentuale di obesità è intorno al 10%, una cifra inferiore a quelle registrabili in paesi considerati “magri” come ad esempio la Svezia (12%). Percentuali ancor più pesanti oscillanti dal 20% al 25%, sono quelle registrate in Austriaci, Danesi, Francesi, Lussemburghesi, Ungheresi, Greci e Inglesi. È a questi ultimi che va dunque assegnata la maglia nera europea per quanto riguarda il numero di ciccioni. La Coldiretti ritiene di poter ascrivere il primato italiano alla dieta mediterranea ricca di frutta, verdura, pesce e olio d’oliva, ma non mancano i “gufi” per i quali gli italiani risulterebbero i più snelli tra gli europei perché in media sono più poveri e mangiano meno. Purtroppo, nelle generazioni più giovani la policy anti-obesità ha meno successo in tutta Europa e anche in Italia la percentuale complessiva di sovrappeso e obesità supera il 30%. Dati Istat di più di 10 anni fa già rivelavano per altro la notevole eterogeneità geografica dell’eccesso ponderale anche in bambini e adolescenti nelle diverse regioni italiane. Buon per i nostri corregionali: i dati più lusinghieri riguardavano infatti la Regione Trentino-Alto Adige (16%) e la Valle dì Aosta (14%), contro una media del 24% e un massimo in Campania, dove la percentuale risulta quasi triplicata (36%). È probabile che i dati provinciali così incoraggianti si debbano anche all’esistenza di un efficiente servizio di nutrizione clinica nel nostro ospedale e alle ricorrenti attività educazionali da esso promosse. Inutile aggiungere, comunque, che a prescindere dalla qualità/quantità dell’alimentazione, l’attività fisica gioca un ruolo decisivo. Non abbassare la guardia conviene: l’OMS calcolava anni fa che l’obesità, come fattore singolo, comporta in media una perdita di 7-8 di anni di vita, cifra destinata a crescere se si considerano le patologie (cardiovascolari e metaboliche in primis) favorite dalla obesità stessa.