Gli antichi medici diagnosticavano il diabete mellito, oltre che sui sintomi, sul sapore dolciastro delle urine. Oggi, più raffinati, nel paziente con diabete mellito controlliamo principalmente due parametri, la glicemia  e l’emoglobina glicosilata (o glicata o HBA1c). La glicemia altro non è che la concentrazione del glucosio nel sangue che a digiuno oscilla in media tra 80-100 mg%, L’emoglobina glicosilata, invece, ci ragguaglia sull’avvenuto contatto tra il glucosio circolante e la emoglobina dei globuli rossi (o eritrociti). Questi vivono circa 120 giorni e, in tale arco vitale, quanto più alta è la concentrazione del glucosio ematico tanto maggiore sarà la aliquota di emoglobina glicosilata. In altre parole, la emoglobina glicosilata è proporzionale alla concentrazione media del glucosio nel corso del ciclo vitale dei globuli rossi durante gli 1-3 mesi precedenti. Qualcuno ha paragonato il dato della glicemia a una foto istantanea e quello della HBA1c a un filmato retrospettivo. Un buon controllo del diabete comporta evidentemente una riduzione sia della glicemia che della emoglobina glicosilata, per cui questi due parametri sono considerati diagnostici e soprattutto “spie” attendibili della efficacia del trattamento antidiabetico. Si sa oggi, tuttavia, che non sempre l’aumento della emoglobina glicosilata è segno di diabete non controllato a dovere. Una recente revisione pubblicata in “Diabetologia” nel 2015  ha analizzato i rapporti intercorrenti tra Hb1c e la presenza di anemia o di altre anomalie eritrocitarie. Dei 451 studi pubblicati tra il 1990 e il 2014 solo 12 di essi sembravano adatti a una analisi di questo tipo, in quanto venivano soddisfatti i seguenti criteri di inclusione: adulti con più di 18 anni, non diabetici, cioè con glicemia e almeno una misurazione di HBA1c nei limiti di norma, emocromo normale e assenza di gravidanza. In pazienti così selezionati si è valutata la variazione dell’emoglobina glicosilata in rapporto sia ai livelli di emoglobina che di altri test come la curva da carico di glucosio e la glicemia sia a digiuno che  post-prandiale. Lo studio ha confermato qualche dato precedente  e cioè che l’emoglobina glicosilata  aumenta anche in caso di anemia ferrocarenziale  e pure in carenza di ferro senza anemia, ma non in altri tipi di anemia, nei quali, anzi, l’emoglobina glicosilata risulta diminuita. Questi dati suggeriscono di interpretare con cautela un aumento isolato della HBA1c e di escludere comunque la co-esistenza di un anemia ferrocarenziale. In caso di (improbabile) si ricorrerà ad altri indici glicometabolici, quali la glicemia pre- e post-prandiale e  la curva glicemica dopo carico orale di glucosio. In qualche raro caso converrà normalizzare l’eventuale ferrocarenza prima di definire il significato dell’emoglobina glicata.